Le avventure di Bustina #2
Sfidando le principali teorie sull’attaccamento, abbiamo dunque portato la pargola al mare. Eravamo curiosi di assistere al suo primo impatto con le altre forze della natura, perciò avevamo da tempo pianificato qualche giorno di vacanza presso una delle nostre mete preferite sulle coste dell’Istria. Sfortunatamente, Bustina è ancora sprovvista di documenti per l’espatrio ed abbiamo scoperto che a causa di un ormai datato disguido di politica internazionale, l’Istria si trova all’estero. Abbiamo quindi dovuto ripiegare verso un posto che avesse l’incomparabile pregio di trovarsi entro i sacri confini della patria. Dopo un’oculata ricerca di alloggio dalla Val Venosta a Cefalù, per motivi economici la scelta è infine ricaduta su Bibione, la classica meta delle famiglie venete in vacanza.
Io a Bibione non c’ero mai stato e francamente me l’ero sempre immaginata così: mare torbido, alghe, sabbia rovente, chilometri di spiaggia puntellata di ombrelloni sotto i quali stazionano madri-mogli lasciate a pascolare con i figli piccoli, truzzi unti che sfoggiano il risultato di sei mesi di palestra, alberghi costruiti direttamente sulla sabbia bagnata ed un centro noioso, dove si radunano alla sera torme di turisti e zanzare. Questo peraltro è come mi immagino ogni località balneare del mare Adriatico dalla riviera romagnola fino al confine con la Yugoslavia Slovenia, là dove finalmente cominciano solide spiagge di rocce scivolose e scogli taglienti, un mare cristallino e popolato di pesci e soprattutto ottime trattorie presso le quali assaporare i suddetti pesci a prezzi ragionevoli. Devo ammettere che Bibione mi ha sorpreso positivamente sconfiggendo i miei pregiudizi: alberghi sul bagnasciuga non ce n’erano. Abbiamo preso alloggio in un residence immerso nella campagna. La notte si faticava un po’ a dormire a causa del caldo e delle zanzare che bussavano con insistenza contro i balconi, ma di giorno potevamo raggiungere la spiaggia in pochi minuti di bicicletta.
L’approccio di Bustina con il mare è stato un po’ conflittuale. Scesi dalla bicicletta e trovandosi di fronte la vasta spiaggia ci ha subito guardata smarrita, alzando le braccine per farsi prendere in braccio. Essendo abituata al solido asfalto delle metropoli cinesi, qualsiasi superficie di origine naturale la inquieta un pochino. Di fronte alla nostra resistenza, la pargola ha prima cautamente appoggiato un piedino sulla sabbia, saggiandone la consistenza, poi ha posato anche l’altro piede, cercando di capire se quel materiale misterioso fosse affidabile, ed infine pian pianino si è fidata abbastanza da fare qualche passo molto cautamente, tenendoci per mano e sollevando le ditina dei piedi per appoggiare a terra la minor superficie possibile. La visione dell’enorme massa d’acqua che si perdeva all’orizzonte l’ha affascinata e con qualche perplessità si è arrischiata ad entrare, divertendosi a zampettare e a farsi portare di qua e di là, lasciandosi coccolare dalle onde. Nei giorni più fortunati puntava con il ditino verso il mare aperto guidandoci verso la riconquista della Dalmazia, con gli occhi sgranati e la bocca spalancata per il divertimento. Dopo qualche minuto, però, inevitabilmente le entrava una bella sorsata di acqua salata in bocca e si metteva a strepitare per tornare a riva; solo l’ultimo giorno ha imparato il trucchetto di tenere la bocca chiusa quando si va sott’acqua. Prevedo che ci vorrà del tempo prima di iscriverla ai campionati di nuoto.
A riva, Bustina giocava come qualsiasi altro bambino: metteva conchiglie nel secchiello, raccoglieva la sabbia con la paletta e la spargeva di slancio sugli asciugamani. Mi sarebbe piaciuto insegnarle a fare i castelli di sabbia, ma onestamente non ne sono mai stato capace. Mi limitavo a scavare buchi nella sabbia come quando ero piccolo, anche per distrarla dalla sua opera e preservare pulito qualche angolo di asciugamano, giusto in caso qualcuno avesse avuto bisogno di asciugarsi. Non ha funzionato.
La nostra breve permanenza in quelle terre moderatamente esotiche ci ha consentito anche un fugace incontro con alcuni dei parenti furlani di Bruna, che si sono dimostrati come sempre accoglienti e gentilissimi. Bustina se li è subito conquistati con i suoi sorrisi, le sue risate ed i suoi strilletti da uccellino caduto dal nido. Come al solito la bimba ha ricevuto un regalo, un meraviglioso trenino di legno con cui gioca per ore e ore in giro per la casa. Grazie, ma come vi dicevo… Whisky. Se volete viziarla regalatele più whisky.
Superata anche l’esperienza del mare e lo stress della prova costume, è ripresa la paziente opera di ambientamento di Bustina nella steppa vicentina. La pupattola non sembra ancora particolarmente interessata ad imparare l’italiano, perciò abbiamo deciso di provare ad imparare noi la sua lingua. E’ un idioma essenziale, caratterizzata da sillabe brevi e gutturali, probabilmente un dialetto primitivo dello Shanxi non ancora documentato dagli studiosi. Gran parte della conversazione si basa comunque su urli molto acuti, brevi e ripetitivi, che non abbiamo ancora decodificato completamente. Ad esempio, quando desidera prendere qualcosa al di fuori della sua portata, si limita ad allungare il piccolo artiglio verso l’oggetto grugnendo come Darth Vader fino a quando le viene la faccia rossa per lo sforzo.
Prosegue anche il nostro impegno quotidiano per darle degli orari regolari, esattamente quelli che noi non abbiamo mai: mangiare più o meno sempre alla stessa ora, fare la pennichella dopo pranzo e andare a dormire presto. A questo scopo, complice il trenino di zio Bruno, ultimamente ho notato che per farla addormentare funziona molto “La locomotiva” di Francesco Guccini (1972), canzone piuttosto diseducativa ma che mi è capitato di imparare a memoria durante la mia dissoluta giovinezza.
La vita famigliare insomma continua ad andare a gonfie vele, amareggiata solo dal fatto che alcuni cari amici non abbiano ancora potuto essere ammessi alla corte della Piccola Imperatrice. Io approfitto del mio periodo di congedo lavorativo per passare più tempo possibile assieme a lei, ma allo stesso tempo c’è ancora parecchia burocrazia da affrontare, tutte le normali faccende domestiche da mandare avanti ed una gatta esigente da mantenere. Ogni tanto ci manca il noioso lusso dello Stracatzibus, con la sua gigantesca vasca da bagno, la televisione da settantamila pollici che non abbiamo mai acceso e soprattutto le sue stolide ma efficienti cameriere che si occupavano di fare le pulizie o per lo meno spargere un po’ lo sporco per la stanza. In quei momenti di nostalgia, per fortuna, possiamo sempre asciugarci le lacrime con quel prezioso tovagliolo che abbiamo sottratto come preda di guerra dalla sala colazione.