Un’estate caldissima a Chengdu
Viaggio in Cina 2025
Premessa
A dire il vero io quest’estate (*intesa come estate 2025) volevo andare in Uzbekistan. Ricordo per certo che in famiglia avevamo serenamente concordato: stavolta niente Cina. Qualsiasi posto ma non la Cina, dai. Cioè anche belli ‘sti templi, ‘ste montagne sacre, ma ci siamo andati sei volte, rischia di diventare una mania. Quest’anno cambiamo: andiamo in Thailandia, piuttosto. Giriamo l’Europa! Andiamo in Montenegro, al mare. Andiamo a Bukhara, a Samarcanda! Samarcanda, già solo ad accarezzarne il nome mi era partita nel juke box mentale la ben nota canzoncina di Vecchioni (perché sono boomer). Dunque Uzbekistan, forse, ma comunque eravamo tutti d’accordo: niente Cina.
Poi, un bel giorno di primavera, arriva una telefonata.
Sono i nostri due amici Giuliano e Fiorella, toscani doc ed entrambi maestri di Taijiquan come Bruna. Lei risponde, mentre io me ne sto spaparanzato sul divano casualmente a portata d’orecchio. Si salutano, si aggiornano sulle ultime novità, poi Fiorella chiede se abbiamo intenzione di andare in Cina, quest’anno, perché in caso verrebbero anche loro.
È un attimo. Io trattengo il respiro, colto da una tardiva quanto inutile premonizione.
“Certo che andiamo!”, risponde Bruna senza esitazione.
[sospiro forte]
Dal mio divano, percepisco nettamente la luna tramontare sulla steppa uzbeka.
In volo per Chongqing

Il tempo corre in avanti di qualche mese ed eccomi qui, posto 56A su un aereo in direzione Chongqing, municipalità autonoma della Repubblica Popolare Cinese, partito dall’aeroporto Silvio Pernacchioni di Malpensa con un’ora di ritardo. Seduti accanto a me questa volta non ci sono né Bruna né Bustina, ma solo l’amico Alessio ed un ragazzone cinese dall’aspetto un po’ truzzo che non ha nulla a che vedere con la nostra storia, sta solo lì ad occupare un sedile che avrebbe dovuto essere della mia adorata figlia. Le ragazze, infatti, ci hanno preceduto in Cina e già da una decina di giorni si stanno allenando con Giuliano, Fiorella e la fidata Maura a Chenjiagou, patria del Taijiquan e dei fagiolini stufati. Le loro avventure sono ancora avvolte nel mistero perché la mia fidata assistente Bustina ha mantenuto il massimo riserbo al riguardo, impegnandosi a collaborare (eventualmente) ad un articolo a quattro mani in merito.
Per me, invece, niente allenamenti di Taiji nell’amata Chenjiagou quest’anno: ho solo un paio di settimane di ferie a disposizione, a quanto pare l’iniquo sistema capitalistico ritiene che passare troppo tempo in giro per il mondo a divertirmi possa darmi alla testa. Mi sto quindi preparando psicologicamente ad affrontare il viaggio intercontinentale da solo per raggiungere le mie amate, quando colto da felice intuizione decido di invitare a mia volta Alessio, che essendo un paio d’anni più giovane di me non esiterò a chiamare il mio toy boy. Mi piace l’idea di viaggiare con qualcuno che non abbia mai messo piede in Cina prima d’ora per poter fare il saccente riguardo tutto quello che incontreremo, e poi naturalmente ho bisogno di qualcuno che mi stringa la mano durante il decollo. Di fronte alla mia proposta, il toy boy inizialmente fa un po’ di capricci, per via di alcuni possibili ostacoli professionali (è un operativo della CIA) e soprattutto del culo di piombo che si ritrova, ma alla fine il suo spirito d’avventura prende il sopravvento e si lascia coinvolgere dall’entusiasmante prospettiva di un’odissea orientale.
Alessio è il compagno di viaggio ideale, anche se ogni tanto fa un po’ lo schizzinoso sui criteri minimi di igiene dei ristoranti. Di quando in quando tende ad assumere il ruolo di capobranco all’interno del gruppo, dimenticando il principio base della democrazia nei viaggi organizzati: si decide tutti insieme di fare quello che vuole Bruna. Ma a parte questi dettagli ci divertiamo molto insieme, si adatta facilmente e si lamenta poco. Forse è anche leggermente ansioso o non nutre grande fiducia nelle mie capacità organizzative, perché trascorre gli ultimi giorni prima del volo ad anticipare sempre di più l’orario di partenza, adducendo scuse poco credibili quali il potenziale traffico in autostrada, l’eventualità di incidenti, la possibilità che un colpo di stato cambi la definizione internazionale dei fusi orari… Il giorno fatidico partiamo da casa così presto che i cinesi stanno ancora finendo di assemblare l’aereo.
Ci attendono solo dieci ore e venticinque minuti di insonnia, film cinesi sottotitolati e cibo scadente in vaschette di alluminio. Proprio mentre noi sorvoliamo il continente eurasiatico su una luccicante lattina con le ali sparata a 931 km/h facendo ciao ciao con la manina all’Uzbekistan, gli altri quattro moschettieri e mezza si stanno a loro volta trasferendo da Chenjiagou a Chengdu, capitale mondiale del panda e della calura estiva, dove secondo il piano dovremmo intercettarli per proseguire insieme.
Chongqing ha trentadue milioni di abitanti ed è una delle metropoli più sfacciatamente moderne della Cina, ma non abbiamo né il tempo né le forze per esplorarla, potrebbe essere Cologno Monzese per quel che ci riguarda. Saltiamo dall’aereo alla metropolitana e da lì su un treno veloce: in un batter d’occhio siamo anche noi a Chengdu. Dopo un’ultima tratta in metro ed una breve passeggiata trascinando le valigie sotto il sole arriviamo al nostro albergo. Il piano sta funzionando senza alcun intoppo. Strano, visto che l’ho elaborato io.
La compagnia si riunisce

I nostri compagni di viaggio sono ancora a zonzo per la città, perciò io ed Alessio ci facciamo una doccia ed esploriamo l’ostello. Le camere sono un onesto assemblato di mobili Ikea e decorazioni in legno artigianali, con poco spazio superfluo ma ragionevolmente comode e pulite. Al pian terreno c’è un bar, con uno stile di arredamento piuttosto curioso: sulle pareti si alternano teste di animale impagliate, verosimilmente false, e scheletri di dinosauri, presumibilmente falsi anch’essi. Legno e cemento si mescolano in un cocktail di western e post apocalittico, entrambi falsi senz’altro. In una sala laterale c’è un palco su cui la sera si esibiscono dei musicisti, tavolini e divanetti su cui sprofondare ed un cagnolino che gira affettuoso tra le gambe dei clienti. Al banco della reception, dietro un catalogo che pubblicizza tour guidati ed escursioni, siede una signorina infilata a stento in un qipao dei grandi magazzini, la quale sorride voluttuosamente agli ospiti stranieri convincendoli ad ordinare ancora un’altra birra con la promessa sottintesa e assolutamente falsa di una notte d’amore orientale.
Il tutto – bar, ostello, escursioni, serate a tema, seduzione dei turisti boccaloni e cane – è gestito in effetti da una piccola banda di ragazzini di entrambi i sessi, il cui maggiore avrà forse 25 anni. In Italia a quell’età riuscirebbero a malapena a tenere in vita il cane.
Mentre indugiamo in queste riflessioni antipatriottiche arrivano finalmente Bruna, Bustina, Maura e gli altri. La compagnia del raviolo è al completo! A questo punto è d’obbligo una breve presentazione dei nuovi personaggi. Giuliano è un pezzo d’uomo, con una bella barba bianca ed il sorriso luminoso. Non si lamenta mai. Se noi ci stiamo squagliando come ghiaccioli sotto il sole, lui nega di avere caldo. Se stiamo camminando da ore per le viuzze di una città, lui non è stanco. Se non riusciamo a trovare un ristorante che ci soddisfi, lui non ha fame e comunque mangia di tutto. Magari è un po’ orso, ma gli unici momenti in cui si indispettisce sono quando le compagnie telefoniche cinesi fanno cilecca e non riesce a contattare la moglie a casa. Ci accompagna per tutto il viaggio con un’espressione serafica che potrebbe anche celare un “ma chi me l’ha fatto fare di venire fino a qua con questi sciagurati”. Fiorella è una signora pragmatica, molto garbata, che si adatta alle circostanze ma non si tira indietro quando è il momento di proporre qualcosa. È anche molto paziente, dote che si rivelerà più volte indispensabile nel corso del viaggio. Inoltre, c’è da ricordare che entrambi sono toscani, ma non di quei toscani deplorevoli che solevano infestare la commedia all’italiana: sono toscani meridionali, aperti e gioviali ma morigerati e potenzialmente vulcanici come il Monte Amiata.
Dopo i baci e gli abbracci di rito, ce ne andiamo subito a mangiare un piatto di spaghetti tirati a mano in una delle bettoline nei dintorni dell’ostello. Lungo il fiume che scorre lì accanto, una nutrita squadra di pescatori d’alghe attira la nostra attenzione: schierati in una lunga fila da una sponda all’altra, immersi nell’acqua fino alla vita, intercettano con le mani i grossi ciuffi di alghe, ramaglie ed immondizia che vengono trasportati dalla corrente e li infilano in alcuni grossi sacchi di plastica. Sembra uno di quei lavori che in Cina ti mandano a fare quando passi tre volte con il rosso. Un po’ scostato, un tizio in borghese segue tutta l’operazione con i piedi in acqua ed i pantaloni arrotolati fino a sopra le ginocchia, non è chiaro se sia un supervisore o uno stagista che impara il mestiere.
Sotto il sole di Chengdu
Una volta rifocillati puntiamo subito verso Jinli, una “strada storica” di Chengdu, nonché “punto di partenza dell’antica via della seta”. Ormai l’abbiamo capito che in Cina le strade storiche, i centri storici ed in genere anche le città storiche di “storico” non hanno granché, tutto è ricostruito ed addobbato ad uso e consumo dei turisti. E l’antica via della seta, in fondo, poteva partire un po’ dappertutto, basta avere una balla di seta sul retro del carretto.
Ebbene, Jinli riesce a portare questa finzione da parco a tema ad un livello talmente esagerato da risultare vagamente nauseabondo. Il quartiere, reso famoso da innumerevoli video su Internet, si riduce ad un modesto dedalo di strade lungo le quali non c’è un solo edificio che sembri autentico, o interessante, o anche solo più vecchio della maglietta che ho addosso. Lanterne di plastica, insegne colorate, bar e ristoranti, botteghe artigiane che vendono robetta stampata in serie e finti alberi che occultano antenne 5G per garantire uno streaming sempre fluido… I turisti accaldati si trascinano ciancicando con il naso per aria ed il telefono in mano da un negozietto di cianfrusaglie all’altro, pensando che quasi quasi era più interessante guardare la stessa strada su TikTok. Né loro né noi sappiamo esattamente cosa guardare o cosa cercare, a parte un angolo appartato con uno sfondo da cento like, perciò accogliamo quasi con sollievo l’improvviso e violento acquazzone di metà pomeriggio che mette tutti in fuga e ci costringe a tornare a casa.
Il ritorno, peraltro, non è così scontato. Chengdu ha 17 linee della metropolitana, un attimo di distrazione e rischiamo di imboccare per sbaglio la via della seta e sbucare in qualche porto del Levante ad ottomila chilometri di distanza. Per fortuna scopriamo che Bustina riesce senza sforzo ad interpretarne la caotica mappa, un tripudio di colori disegnato da un Pollock minore, ed a guidarci tutti alla salvezza del nostro ostello.

La mattina dopo, però, preferiamo rinunciare alla metro, mettiamo mano al telefono e chiamiamo un Didi per andare a visitare Anren, un paesino nei dintorni. I Didi sono taxi privati, simili a quelli che si possono trovare anche in Occidente: inserisci la destinazione sull’app, scegli tra le diverse tipologie di auto e le relative tariffe ed entro pochi minuti si materializza come per magia il tuo mezzo di trasporto. I nostri soliti baracchini sono ovviamente più divertenti, ma i Didi puoi chiamarli ovunque, arrivano dappertutto e sul prezzo niente può competere con loro, neanche la bicicletta a noleggio. Il fatto di riuscire finalmente ad evocarli rappresenta per noi un ulteriore avanzamento di livello, con il quale abbiamo progressivamente sbloccato quasi tutti i poteri del cinese medio.
Cosa c’è da vedere ad Anren? A dire il vero l’abbiamo scelto quasi a caso nella rosa di “villaggi caratteristici” che costellano i sobborghi della grande metropoli, sperando di scoprire una meta turistica non troppo inflazionata. Ne restiamo delusi: non c’è la bolgia sudata di Jinli ma francamente non è neppure troppo interessante né c’è qualcosa di realmente antico da vedere o da visitare. Forse erano meglio le mete turistiche inflazionate. Il posto è talmente divertente che Alessio, Maura, Fiorella e Giuliano se ne vanno a vedere un museo sulla guerra di resistenza contro l’occupazione giapponese, mentre io, Bruna e Bustina visitiamo negozi che vendono addobbi funebri, l’equivalente cinese delle nostre corone di fiori per i funerali. Sappiamo che in Cina spesso si incontrano, uno di seguito all’altro, concentrazioni di negozi che vendono la stessa tipologia di merce; Anren evidentemente ha sorteggiato la tipologia di prodotti più menagrama. In compenso, si pranza veramente bene ed io ed Alessio ne approfittiamo per recuperare le forze in vista della prima sfida titanica di questo viaggio: i panda!
Abbuffata di panda

C’è un motivo se abbiamo scelto come prima tappa di questo viaggio Chengdu e c’è un motivo se Chengdu è la capitale del panda, se dappertutto si vendono pupazzetti a forma di panda, ciondoli a forma di panda, souvenir a forma di panda e persino caricabatterie per il telefono a forma di panda. Proprio nel cuore della metropoli si trova infatti la più grande riserva al mondo dedicata a questo pacioccoso mammifero, un centro di ricerca che è un po’ anche uno zoo a cielo aperto ma soprattutto una gigantesca attrazione turistica che attira un incessante esercito di ammiratori da tutto il mondo. Questo non tanto perché il panda sia in via di estinzione, diciamoci la verità, ma perché il panda è carino, morbidone e peloso. Pure lo scarafaggio stercorario della Malesia è in via di estinzione, ma al suo centro di ricerca non ci va nessuno. Dispiace, stercorario.
La visita è consigliata, in estate, alle prime luci del mattino. Noi arriviamo al centro panda che sono già quasi le nove, perché nonostante i migliori propositi la nostra compagnia al mattino ha ancora un avviamento più lento di un autocarro diesel degli anni Ottanta. L’aria si sta già facendo rovente. Superati i negozi di souvenir ed oltrepassata la biglietteria, l’enorme parco si dirama in chilometri di stradine lastricate che uniscono le aree verdi dedicate agli animali e gli edifici dedicati alla loro cura. Noi evitiamo con disdegno le automobiline elettriche destinate ai turisti e ci incamminiamo, riuscendo ad intravedere con grande emozione qualche grosso bestione sdraiato sonnolento tra le fronde degli alberi.
Ben presto, però, a causa delle temperature in aumento i panda vengono spostati per la loro sicurezza nelle sale al chiuso, dove si possono godere l’aria condizionata. Beati loro. Finiamo quindi per vedere gran parte dei deliziosi mammiferi attraverso spessi vetri, appannati dal fiato di centinaia di altri poveri fessi come noi, che sgomitano per ammirare e fotografare questi orsoni che rosicchiano bambù, dormono e al massimo, in un momento di vitalità improvvisa, si rigirano nel sonno. Non gliene faccio una colpa: con questo caldo dormirei anch’io, invece di vagabondare sotto la canicola, ma ho giurato a me stesso e a mia figlia che non ce ne saremmo andati prima di aver fatto il pieno di panda. I panda non bastano mai. Restano all’aperto solo i panda rossi, piccolini e carucci, che evidentemente sono iscritti ad un sindacato meno combattivo dei loro cugini. Per quanto ogni animale intravisto sia motivo di grande delizia, dopo qualche ora di vagabondaggio il sole a picco sulle nostre teste ha la meglio sulla ferrea volontà che ci spinge e dobbiamo desistere a soli 178 panda dalla fine.
Ultima sera a Chengdu

La nostra ultima sera a Chengdu decidiamo di andare a fare un giretto in centro e prendiamo la metro per piazza Tianfu, il cuore della metropoli. La stazione della metropolitana ospita un grande centro commerciale, al momento invaso da centinaia di ragazzi travestiti da personaggi dei cartoni animati che vagano apparentemente senza meta, con i volti imbiancati di cerone, gli occhi resi giganteschi dal trucco, lenti a contatto colorate ed improbabili parrucche. Un allegro manicomio, al cui confronto le signorine che si mettono in posa a farsi le foto con i costumi di epoca imperiale sembrano quasi dignitose. Noi, ovviamente, ci fermiamo un momento per socializzare con alcuni di questi pazzi. All’estremità opposta della piazza, una gigantesca statua del presidente Mao li ammonisce da lontano, bonariamente severo.
Non ancora rassegnati alla comodità della vita moderna, per allontanarci dalla stazione della metro io e Bruna ci intestardiamo a prendere uno dei nostri amati baracchini a quattro ruote per far provare al resto della truppa l’emozione del mezzo di trasporto più tradizionale che sia rimasto in Cina. Naturalmente, essendo gli autisti di baracchini ancora sani di mente, molti preferiscono ignorare i nostri richiami e passare oltre. L’unico che si ferma è un ragazzotto un po’ squinternato, quindi assolutamente adatto a noi, che accetta di far salire tutti e sette sul suo mezzo di fortuna. Ricordo ai più distratti che il baracchino è una specie di triciclo a motore, con un cassone coperto ed un paio di panchine dietro, collaudato ai tempi del Grande Balzo in Avanti ed omologato per un numero di persone decisamente inferiore a sette.
Stretti come sardine attraversiamo il centro di Chengdu, schivando biciclette e motorini, facendoci largo tra i pedoni sui marciapiedi e sbandando in modo pauroso ad ogni curva. In qualche modo riusciamo a scendere ancora vivi dalle parti del ponte Anshun. Al calare della sera, sperando di trovare un po’ di frescura ci concediamo una piacevole passeggiata lungo il suggestivo ponte, ammirando le rive illuminate del fiume, piene di locali per il karaoke e simili amenità mentre i grattacieli della metropoli si stagliano sullo sfondo. Per il ritorno preferiamo chiamare un Didi.
La mattina seguente, infine, raccattiamo i bagagli, salutiamo i ragazzini dell’ostello ed il loro cane e prendiamo un altro Didi per la stazione dei treni. La prossima meta è Leshan, a meno di un’ora di distanza, dove ci aspetta un grande, grande Buddha di pietra.
[Continua]

2 pensieri riguardo “Un’estate caldissima a Chengdu”
Grazie Luca questo racconto lo aspettavo con ansia anche perché mi ero scordato di molti particolari un abbraccio a Bruna e bustina che mi hanno portato per mano in questo incredibile viaggio e grazie a te sempre molto puntuale nei tuoi racconti è stato un piacere incontrarvi Grazie saluto Anche quel cavallo di Alessio con il suo passo veloce è stato difficile starle dietro ma ce l’abbiamo fatta 💪💪
Bravo Luca la prima parte del racconto conferma che sei un grande travel writer!!