Cartolina da Shanghai – Viaggio in Cina 2023
Il virus è stato debellato o almeno temporaneamente archiviato, le frontiere si sono riaperte e noi, con il bigliettino numerato in mano da cinque anni come anziani alle poste particolarmente pazienti, ci ripresentiamo frementi alle porte della Cina. I dubbi che ci attanagliano alla partenza sono molti: come sarà cambiato questo grande Paese durante la nostra assenza? Troveremo ancora qualcuno che accetta i contanti o tutti i pagamenti saranno cashless? Sarà almeno stato assunto un nuovo cuoco alla mensa di Chenjiagou1?
Il viaggio si preannuncia emozionante. Già al momento della richiesta del visto di ingresso in terra cinese sono iniziati i primi brividi: qualcuno al consolato ha sollevato il dubbio che Bustina potesse avere in qualche modo mantenuto la cittadinanza cinese e quindi non fosse possibile farla entrare in Cina con il passaporto italiano. Il motivo di questa originale supposizione, mai avanzata durante i due precedenti viaggi con la pargola, non ci è stato spiegato se non con il fatto che, si sa, i bambini sono molto astuti e farebbero di tutto per restare cittadini cinesi. Per risolvere il disguido sarebbe stato comunque sufficiente andare a Xi’An a chiedere ufficialmente una rinuncia a questa presunta cittadinanza cinese, una semplice formalità che può richiedere dalle sei ore ai seicento anni in base alla disponibilità ed alla voglia di lavorare dell’impiegato di turno all’anagrafe. Noi, che siamo già abituati alle tediose battaglie burocratiche italiane, abbiamo gentilmente declinato, ma ne è sorta una diatriba che si è trascinata per settimane rischiando di degenerare in uno scontro diplomatico e soprattutto nell’impossibilità di partire. Alla fine un raggio di sole ha illuminato la coscienza del cortese funzionario consolare e questi ha ritenuto corretto appiccicare il visto sul passaporto della mia deliziosa figliola, non senza avermi fatto nel frattempo rischiare l’ulcera.
Anche quest’anno eravamo in cinque: la compagnia comprendeva Maura ed Emma, due allieve di taijiquan di Bruna. Confidavamo molto nell’esperienza di Maura, che era già stata in Cina con noi l’ultima volta, e nella giovinezza di Emma, affinché si prendesse cura di tutti noi viaggiatori anziani ed in particolare condividesse con Maura i pasti vegetariani in modo da mettermi di mangiare ravioli e spiedini senza troppi scrupoli. Come sempre, abbiamo volato in classe economy, che ormai di “economico” ha solo il nome e la qualità del pranzo a bordo. Si sono inventati che persino il bagaglio in stiva è un lusso da pagare a parte, perciò noi per dispetto abbiamo deciso di farci quasi quattro settimane in Cina dotati solo di bagaglio a mano. Siamo impazziti per farci stare tutto il necessario (senza riuscirci) e per rientrare nei limiti di peso previsti (senza riuscirci) per poi scoprire che comunque nessuno ci avrebbe controllato le valigie all’imbarco. Come risultato mi sono dovuto avventurare nel Regno di Mezzo armato solo di otto paia di mutande, quattro magliette, filo per stendere ed una mattonella importante di sapone di Marsiglia. Il programma di viaggio prevedeva il volo da Verona per Shanghai, con scalo ad Helsinki. All’aeroporto di partenza, un’altra piccola emozione: il biglietto di Maura risultava cancellato. Così. Per magia. Poi hanno guardato meglio ed il biglietto c’era di nuovo. Per magia. Come il visto cinese di Bustina. Ci stiamo addentrando nel misterioso Oriente, del resto.

Il volo per Helsinki era occupato in gran parte da una squadra di basket, forse una nazionale giovane di finlandesi. A differenza nostra, che per fortuna siamo in qualche modo equipaggiati dalla natura alle dimensioni della classe economica, i poverini erano costretti ad una serie di contorsionismi per riuscire ad incastrarsi negli spazi minuscoli dell’aereo. Bruna li spiava come se appartenessero ad un’altra specie, con i loro gamboni lunghi e le braccia lunghe come quegli insetti con le zampe lunghe, però molto più biondi.
Dopo una breve sosta nell’aeroporto della capitale finlandese, pulito ed ordinato come ci si aspetta che sia, ci siamo imbarcati finalmente sull’aereo per Shanghai. Era l’una del mattino, ci hanno servito subito la cena perché le compagnie aeree devono rispettare delle logiche che la logica umana non è in grado di capire, poi hanno abbassato la luce per permettere a tutti i passeggeri di dormire. Tutti tranne me, che sono restato in stato vegetativo per delle ore, cercando di seguire un brutto film di fantascienza sullo schermo del sedile. Bustina invece riusciva ancora a sdraiarsi di traverso, con la testa sulle mie gambe ed i piedi in grembo a Bruna, perciò si è addormentata senza nessuna fatica. D’altra parte, Bustina dormirebbe anche durante un’incursione dei marines in camera sua, appena chiude gli occhi sviene. Altri bambini a bordo, invece, hanno trascorso gran parte del volo piangendo e chiamando a gran voce il papà, senza sapere quanto questo fosse rischioso per la loro salute. Nella penombra della cabina, infatti, tra gli strilli infantili e gli inconcludenti tentativi dei genitori di metterli a tacere, potevo sentire Bruna sussurrare improperi in antiche lingue mesopotamiche e minacciare di appenderli tutti fuori dal finestrino.
Arrivati a Shanghai, dopo quindici ore di volo, un’eterna trafila al controllo passaporti ed un lungo tragitto in metropolitana, ecco un’altra sorpresa: il nostro albergo non trovava traccia della nostra prenotazione. La malefica impiegata grassoccia di turno alla reception evitava ottusamente il nostro sguardo, limitandosi ad asserire di non avere ricevuto alcun messaggio e di non avere camere libere. Erano già le dieci di sera e non sembravano esserci altri alberghi nei dintorni. Sfiniti com’eravamo, facevamo i turni per litigare con lei mentre gli altri si riposavano accampati sui divanetti della hall, barricati dietro le valigie. Nessun impiegato dell’albergo parlava inglese e noi non conosciamo abbastanza cinese per insultarli come avrebbero meritato, perciò si comunicava solo tramite un traduttore istantaneo. Non che ci fosse molto da comunicare, peraltro: niente camere libere, questo era tutto quanto la signorina avesse da dirci, sempre con gli occhi bassi. Dopo una breve ed esasperata ricerca le abbiamo fatto notare come su tutte le piattaforme di prenotazione online, in quel momento, risultassero ancora camere libere in quello stesso motel. L’impiegata ancora non voleva cedere. Forse l’hotel non poteva accettare stranieri o semplicemente non le piacevano le nostre facce – così come a noi non piaceva la sua, ma non per questo l’avremmo fatta dormire sotto un ponte di Shanghai. La situazione si è conclusa senza spargimenti di sangue solo quando un gentile cliente, dopo aver compreso la nostra situazione, si è offerto di fare da interprete ed ha prenotato un paio di camere a nome suo, permettendoci così di andare finalmente a dormire. Nella nostra stanza così duramente conquistata c’era solo un letto matrimoniale, perciò ci siamo dovuti adattare a dormire ad incastro con Bustina. Ormai la pulzella ha dieci anni e la sistemazione non è stata il massimo della comodità, ma abbiamo rapidamente convenuto che passare la notte sul marciapiede sarebbe stato peggio.

Avevamo deciso di dedicare alla visita di Shanghai gli ultimi giorni del viaggio, perciò il giorno seguente ci siamo alzati tardi e siamo andati per prima cosa in banca a cambiare una quantità ingentissima di contanti in modo da evitare i problemi della volta scorsa. Lo ammetto, la prospettiva di dover trascorrere anche questa volta mezza vacanza a girare per le banche cinesi mi metteva un po’ d’ansia. Nel pomeriggio, dopo un rapido spuntino per strada ad uno dei soliti baracchini di delizie cinesi, abbiamo preso la metro e siamo andati a passeggiare per Zhujiajiao, un villaggio ad una sessantina di chilometri da Shanghai. Si trattava dell’ennesima “Venezia d’Oriente”, la numero 92 se non sbaglio! Tra canali sinuosi, barchette in legno ed incantevoli ponticelli, l’atmosfera era veramente suggestiva, tanto che mi sono permesso di assicurare ad alcuni abitanti del posto che era tale e quale alla Venezia originale, cosa di cui sono stati estremamente soddisfatti. Al netto dei paragoni irriverenti ed un po’ azzardati, comunque, la visita ci ha risollevato il morale dopo il difficile impatto con la metropoli. Nonostante la caratterizzazione turistica, infatti, Zhujiajiao sembra davvero una località antica o almeno vecchiotta ed ancora vissuta: caratteristica non trascurabile in Cina, dove numerose “ancient town” non sono altro che trappole per turisti e ricostruzioni recenti di edifici distrutti dal tempo, dalle rivoluzioni o dall’urbanizzazione selvaggia. Dal centro di Datong a quello della stessa Shanghai, molte “città antiche” non sono più vecchie della mia automobile ed hanno tutto il fascino plasticoso di un parco dei divertimenti con caratteristiche cinesi.

La mattina dopo abbiamo abbandonato la metropoli e quell’hotel infame e siamo riusciti con qualche acrobazia a prendere il treno veloce per Huangshan, la nostra meta successiva. Ci aspettavano montagne nebbiose, deliziosi villaggi ed altre imprevedibili sorprese.
[1] Spoiler: no.