Cartolina da Chenjiagou – Viaggio in Cina 2023

Cartolina da Chenjiagou – Viaggio in Cina 2023

Dopo essere rimasti traumatizzati dall’esperienza degli hotel ostili e del caldo insopportabile di Luoyang, per una settimana ci siamo rifugiati nell’accademia internazionale di taijiquan del maestro Chen Bing a Chenjiagou, il villaggio della campagna cinese dove molti secoli fa è nata questa arte marziale. Se la cosa vi suona familiare, è perché siamo già stati qui in alcuni dei nostri viaggi precedenti e ne ho narrato con dovizia di particolari a suo tempo.

[ Montagne sacre, grotte buddhiste e taijiquan… lo ammetto, più che un nuovo viaggio sembra un reboot del precedente, come del resto fanno spesso per i film di supereroi. ] 

Lontani dalle megalopoli, dai tifoni e dagli albergatori senza scrupoli, per qualche giorno la nostra vita è scorsa finalmente senza troppe disavventure secondo la routine consolidata di allenamenti, pasti, lavaggio delle magliette sudate e riposo. Anche a Chenjiagou, come in tutta la Cina, ci sono cose che negli ultimi cinque anni sono cambiate e cose che sembrano essere rimaste immutate. La prima volta che siamo venuti qui, questo paesino di campagna ci era sembrato appartenere ad un’altra epoca, con le sue vecchie case di mattoni, le strade sterrate ed i pastori di passaggio con una sparuta manciata di pecore al seguito. In occasione della nostra ultima visita, invece, il villaggio aveva subito un’imprevista rivoluzione: lungo la via principale tutti gli edifici erano stati rimessi a nuovo, la pavimentazione stradale era stata lastricata mentre alberi ed aiuole, negozi e ristoranti per i turisti erano spuntati come funghi. Era stato persino inaugurato un grande parco, naturalmente molto antico, che purtroppo non avevamo fatto in tempo a visitare. Sono passati altri cinque anni e molti negozi hanno chiuso le porte, i sanpietrini cominciano a staccarsi e la polvere si insinua già ovunque. Il viale che attraversa il paese non brulica più di praticanti di taijiquan in cerca di un po’ di meritato riposo dopo una giornata di faticoso allenamento. Sembra quasi che il progresso abbia invertito la direzione di marcia.

L’ingresso della vecchia scuola del maestro Chen Bing a Chenjiagou

Il caso più emblematico di questa atmosfera da fine impero è rappresentato dal famoso parco del fosso orientale, che per alcuni anni era diventato lo sfondo di tutte le foto famelicamente pubblicate sui social dagli ospiti del villaggio. In un giorno di pausa dalle lezioni siamo andati a bighellonare con l’intenzione di visitarlo e forse, lo confesso, farci scattare anche noi qualche foto in posa marziale, immersi nel paesaggio bucolico tra salici e laghetti. Ci siamo infilati in un cancello socchiuso ed un paio di giardinieri dall’aria sonnolenta ci hanno lasciato passare avvisandoci: “Guardate pure, ma non c’è niente da vedere.”

Ed avevano ragione, non c’era niente! Altro che foto, i vialetti del parco erano ingombri di rami appena potati, gli edifici nuovi in stile antico erano già in rovina, il laghetto prosciugato, le scenografiche montagne di cemento mostravano tra le crepe la loro anima di fil di ferro. Tutto giaceva nel più completo abbandono. La mia impressione è che avessero preparato per Chenjiagou un grande piano turistico ma l’arrivo del Covid e la conseguenza anemia di visitatori cinesi e stranieri abbiano mandato tutto a catafascio. Chenjiagou in fondo è un semplice villaggio di campagna, a dispetto degli editti imperiali: libellule e cicale si alzano come sempre in volo dai campi, all’alba si sente il gallo cantare ed ogni decimo giorno del calendario lunare i contadini dei dintorni invadono la strada con i loro furgoncini per vendere i prodotti dei campi e cianfrusaglie assortite. Alle dieci di sera l’illuminazione pubblica si spegne di colpo ed il paese piomba nelle tenebre, si va tutti a dormire con le galline. 

Viali progettati per turisti che però non turistano

Tra le cose che sono cambiate va annoverata l’accademia di taiji del maestro Chen Bing. Dopo la nostra ultima visita hanno avviato la costruzione di una nuova sede, molto più grande. Il collegio comprende un edificio per la mensa e gli uffici, un dormitorio ancora in costruzione ed una palestra che per fortuna è molto spaziosa e ben ventilata, perciò nonostante le alte temperature estive ci si è riusciti in qualche modo ad allenare. Questi edifici di cemento, di quel nuovo dall’aspetto già un po’ stagionato tipico dell’architettura cinese contemporanea, si affacciano su un enorme piazzale arroventato dal sole con delle belle aiuole che un vecchietto tiene minuziosamente ordinate: se ne sta tutto il giorno chino a strappare l’erba, avanzando lentamente aiuola dopo aiuola e prendendosi tutto il tempo necessario.

Le stanze dove dormivamo erano ancora nella vecchia scuola, con i ballatoi che si affacciavano sul grande cortile interno e le rondini che si rincorrevano tra i fili tirati per stendere i panni. Hanno ricoperto il tetto di pannelli solari e qualcosa devono avere ripulito, perché non abbiamo trovato traccia di topi: solo molti gechi sulle pareti dei corridoi, a caccia di zanzare. Le camere mostrano il segno degli anni, con la vernice scrostata, i tubi arrugginiti, il water perennemente sul punto di intasarsi ed il condizionatore che faceva un po’ il cavolo che voleva. Francamente non avrei voluto essere da nessun’altra parte. Gli scalini di misura diseguale, la luce notturna che si accende solo secondo misteriose leggi del karma ed i bidoni della spazzatura sono parte integrante dell’atmosfera di Chenjiagou, come le zampe di gallina che ogni tanto spuntano misteriose dalle ciotole della mensa. 

Cortile della scuola di Taijiquan del maestro Chen Bing a Chenjiagou
Il cortile interno del vecchio collegio

La mensa invece era sempre la solita, o meglio: l’edificio era nuovo, il menù e la logistica sono rimasti gli stessi dei nostri viaggi precedenti. A colazione, pranzo e cena per prima cosa bisognava recuperare le proprie ciotole d’acciaio dagli scaffali lungo le pareti, poi fare la fila per un pezzo di pane al vapore e due mestolate di brodo con le verdure, tofu o fagiolini con microscopici pezzettini di carne, sedersi al tavolo a mangiare questo pasto poco invitante ed infine fare di nuovo la fila di fronte al lavandino per lavare le ciotole con l’acqua bollente, perché in assenza di detersivo questo era l’unico modo per tentare di ridurre la carica batterica delle stoviglie. La stanza era afosa fin dal mattino, le ventole sul soffitto giravano pigramente senza riuscire a disperdere i vapori del brodo o a fronteggiare il caldo che entrava dalle porte aperte. 

Questa abitudine di bere brodo bollente quando fuori sono trentacinque gradi, poi, deve avere senz’altro un senso profondo per la dietetica tradizionale cinese, perché a noi poveri occidentali continua a sembrare francamente un’idea terribile. Si sudava più in mensa che in palestra, il che è tutto dire. Intendiamoci, il cibo in sé non era male, erano la ripetitività e la mancanza di proteine a stroncarci. Anche le patate lesse con l’uovo sodo a colazione, forse, ma soprattutto la ripetitività, la confusione ed il caldo. Corrotti dalla decadente passione capitalista per le bibite fresche, noi ci consolavamo con delle deliziose bottiglie di limonata che prelevavamo direttamente dal frigorifero allo spaccio del collegio.

Il cortile della nuova scuola di taijiquan del maestro Chen Bing a Chenjiagou
La piazza d’armi del nuovo collegio

Per fortuna non eravamo lì per mangiare: gli allenamenti di taiji erano lo scopo principale della nostra visita e dettavano il ritmo delle nostre giornate. Ci si allenava per ore con il sudore che imperlava la fronte e gocciolava sul pavimento impolverato, la concentrazione spezzata solo dal rombo improvviso di un jet militare di passaggio. L’insegnante di taijiquan della volta scorsa si è trasferito a Shenzhen, perciò abbiamo avuto nuovi maestri: Lunga Pausa, Scodella e Yoghi. Il maestro Lunga Pausa era giovane, bello e molto bravo, purtroppo si faceva attendere con delle pause lunghissime tra una lezione e l’altra. Il maestro Scodella ci insegnava spada, si faceva tagliare i capelli dalla madre e rideva molto spesso, quasi sempre di noi. Il maestro Yoghi aveva l’aspetto e la voce di un orso, ma si capiva che sotto sotto era buono e girava accompagnato dal suo giovane aiutante Bubu. Erano tutti di una qualità tecnica eccezionale, oltre che molto disponibili e pazienti…

Come avrete capito, nonostante mancasse Lorella non abbiamo perso l’abitudine di dare soprannomi a chi frequentava i corsi con noi. In qualche caso siamo stati costretti a ripeterci: per esempio, c’era una nuova Tigre della Magnesia, una signora piccola e gioviale che commentava con risate sguaiate i nostri errori e ci richiamava con sufficienza durante gli allenamenti. Peccato abbia commesso l’errore di fare lo stesso con Bruna, la quale senza battere ciglio le si è avventata contro con un balzo improvviso, brandendo la spada a pochi centimetri dalla sua testa come un demone della tradizione buddhista. Come potete immaginare, questo è stato sufficiente a farle moderare i toni nei giorni successivi. Degni di menzione erano anche Lady Disagio, Volpe Di Giada, l’Uomo Papera, lo Spettinato, Fenomeno Fluo, l’Interprete e Michael Jackson: una sorta di fantasma che se ne girava per la palestra con la mascherina, gli occhiali da sole, i manicotti lunghi ed i guanti. Il più inquietante di tutti era L’Uomo che Fissa. Qualunque cosa tu stessi facendo, se ti voltavi scoprivi che ti stava guardando da lontano, in silenzio.

Sono tutti pazzi: studenti universitari, pensionati, casalinghe disperate, signore annoiate della borghesia cinese, atleti e maestri di arti marziali, tutti accomunati dall’amore per il taiji e dal desiderio di passare l’estate ad inzupparsi di sudore in palestra anziché andarsene pigramente in spiaggia a Jesolo. 

Noi non eravamo certo da meno. Come già in passato, dopo i primi due o tre giorni hanno cominciato a dolerci muscoli che non sapevamo neanche di avere. Il quarto giorno i dolori muscolari sono sembrati migliorare, ma era solo un trucco per farci stare peggio il quinto giorno. Il sesto giorno iniziavamo finalmente ad ingranare, ma proprio allora ci siamo resi conto che dovevamo ripartire e la malinconia si è subdolamente diffusa nelle membra, più insidiosa dell’acido lattico.

Tra una lezione e l’altra ci accoccolavamo a prendere fiato sul muretto di fronte alla palestra, all’ombra di un porticato. Talvolta il caldo, la sonnolenza o la distrazione facevano cadere qualcuno sul piazzale sottostante, altre volte un giovane esuberante, gonfio di testosterone e reso potente dal kung fu, tentava di scavalcare il muretto con un salto per impressionare una leggiadra compagna di corso. Il tonfo sordo della caduta interrompeva bruscamente la quiete rurale del pomeriggio, seguito dagli improperi a bassa voce del malcapitato, che zoppicava via rapidamente per salvare la faccia.

Onesto pastore lungo le strade di Chenjiagou, anche lui con la maglietta della scuola di taiji!

Quest’anno gli stranieri scarseggiavano anche a Chenjiagou, solo Emma e Maura ne hanno incrociati forse tre o quattro durante una passeggiata serale. Non era mai successo che al collegio del maestro Chen Bing fossimo gli unici occidentali, per quanto in realtà ci fossero più persone del solito che parlavano inglese e non mancassero pertanto i volenterosi interpreti durante le lezioni. Alcuni erano cinesi che vivono in Europa, tornati in patria per le vacanze con i figli al seguito: molti bambini vengono al villaggio Chen a fare una specie di campo estivo, passano le giornate ad allenarsi con un’insegnante ed alla sera fanno i compiti. Bustina ha preferito unirsi a loro piuttosto che annoiarsi tutto il giorno, perciò si alzava alle sei del mattino per andare a correre e poi faceva più o meno gli stessi nostri orari, ritrovandoci ai pasti ed alla sera. Un miliardo di volte avrà dovuto spiegare che no, non capisce il cinese e sì, siamo i suoi genitori, nonostante le apparenze. Io ho cercato di convincere qualcuno che tutti i bambini da piccoli sembrano cinesi, poi si differenziano crescendo. 

La nostra presenza a Chenjiagou non è quindi passata inosservata. In virtù del suo legame professionale con il maestro Chen Bing, inoltre, Bruna quest’anno ha ricevuto un’accoglienza di tutto rispetto: non solo il suo nome era riportato negli elenchi degli allievi di riguardo, ma campeggiava a grandi lettere su un tabellone luminoso appeso sopra l’ingresso della scuola. Come se non bastasse, il maestro ci ha omaggiato ancora con della preziosa frutta fresca, ci ha onorato con un invito a bere un ottimo tè nel suo studio ed è venuto a salutarci al momento della partenza. 

Purtroppo anche da questo luogo così amato, infatti, la partenza era inevitabile. Avevamo ancora un paio di tappe in programma prima di lasciare la Cina, perciò al termine della nostra settimana di permanenza abbiamo salutato rispettosamente il maestro Chen Bing, abbiamo scattato le foto di rito con i compagni di corso e gli insegnanti ed abbiamo mangiato le ultime patate lesse a colazione. Seppure a malincuore, toccava lasciarsi alle spalle le tranquille campagne del Fiume Giallo. Nuove metropoli e nuovi nubifragi ci attendevano!

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