2021 Odissea in roulotte – Il ritorno

2021 Odissea in roulotte – Il ritorno

Riassunto della puntata precedente: andiamo in ferie, fa troppo caldo, decidiamo di tornare a casa concedendoci qualche piccola deviazione.

Partiamo nel tentativo di sfuggire alla morsa di un’asfissiante bolla di calore, ma i pesanti vapori pesanti sospesi sul mare del Gargano ci fanno sospettare che potrebbe essere ormai troppo tardi. Dal finestrino dell’auto, la prateria foggiana scorre attorno a noi come le immagini di una missione spaziale su Marte: cielo incandescente, terra bruciata e nessuna forma di vita. Non che di solito sia questa botta di allegria, peraltro. Dove trovare scampo? Mentre io guido, Bustina si collassa come al solito sul sedile posteriore e Bruna sfoglia freneticamente il telefono alla ricerca di un’oasi che ci possa garantire la sopravvivenza. Non abbiamo nessuna fretta, miriamo ad un posto qualsiasi dove parcheggiare la roulotte e stare al fresco per qualche giorno. Salta fuori una piccola area di sosta non troppo distante da L’Aquila: è su un passo montano a mille metri d’altitudine ed è pure gratis, senza ulteriori indugi puntiamo il navigatore e ci dirigiamo là.

Arriviamo che è notte fonda. L’area di sosta è buia e completamente deserta, nei paraggi si intravede solo qualche casa con le luci spente. Di solito preferiamo evitare il pernottamento in questi luoghi isolati, che fanno da sfondo ad ottimi film dell’orrore ma a pessime vacanze. Tuttavia, ESATTAMENTE come succede nei migliori film dell’orrore, ormai è tardi, siamo distanti da ogni forma di civiltà, stremati ed affamati, perciò decidiamo di fermarci ugualmente. Inizio subito a preparare la cena, ma mi sento osservato. Sbircio attraverso la porta aperta e noto una presenza lattiginosa in agguato nelle tenebre. Ecco, ti pareva. Guardo meglio. Effettivamente, anche ad una seconda occhiata risulta esserci una grossa creatura sdraiata a terra appena fuori dalla roulotte. Siamo spacciati. Sembra essere un cane, un gigantesco cane bianco, uno dei più grandi animali che io abbia mai visto in giro senza una proboscide. Se ne sta lì, a pochi passi da me, a fissarmi con gli occhioni luccicanti e la lingua penzoloni, potenzialmente pronto a divorarci tutti. Mi affaccio esitante alla porta della roulotte e chiedo con vocina tremula al buio della notte se quel gigantesco predatore sia accompagnato da qualcuno. Nessuna risposta. Consapevole che nei film dell’orrore l’impiegato pelato di mezz’età non arriva mai vivo al secondo tempo, chiudo con estrema lentezza la porta e mi apposto a sorvegliare la creatura dalla finestrella laterale. Ci fissa, scodinzolando con aria sospetta. Una rapida consultazione del registro dei più spietati serial killer lo identifica come tale pastore maremmano-abbruzzese, animale fortemente territoriale ed occasionalmente assetato di sangue. Mentre comincio ad organizzare turni di guardia ed a pianificare una strategia di fuga dal mostro, noto che Bustina, incurante del pericolo, gli sta lanciando pezzettini di pane dalla finestra e lo invita ad avvicinarsi. Incosciente! Per fortuna l’animale, dopo aver constatato con somma delusione che da parte nostra non avrebbe ricevuto altro che qualche briciola, decide di ritirarsi scodinzolando nelle tenebre che lo avevano partorito e di procacciarsi una cena più sostanziosa altrove. Rinuncio ai turni di guardia ma non dormo del tutto tranquillo.

La mattina successiva il bestione torna a manifestarsi, è sempre gigantesco e piuttosto sporco ma alla luce del giorno appare più mansueto e simpatico. È possibile che io abbia sopravvalutato la sua ferocia. Bruna e Bustina, dimentiche dell’agguato notturno, ci si affezionano rapidamente e lo riempiono di coccole e stuzzichini. Io no, non perdono e continuo a fare il sostenuto e se gli allungo del cibo, lo faccio senza farmi notare. A quanto pare è una specie di semi randagio che sorveglia l’area di sosta in cambio di un boccone, ci accordiamo quindi per un pagamento in panini affinché ci tenga d’occhio la roulotte mentre girovaghiamo nei dintorni. Alla fine chiaramente Bustina se lo vorrebbe portare a casa, ma le spiego con dolcezza che certi animali stanno meglio nel loro habitat naturale: i miei incubi.

Tiger, tiger in the night…

La tappa nell’entroterra abruzzese ci dà occasione per visitare Città Ducale e qualcun altro degli splendidi borghi dai nomi buffi dei dintorni. Naturalmente ne approfittiamo per un breve ma affettuoso saluto ai nostri amati parenti nella Marsica, di cui sentiamo sempre la mancanza. Dopo cena, mentre torniamo alla roulotte, la vivace vita notturna abruzzese ci offre un altro frizzante incontro: dietro ad una curva ci taglia la strada un intero branco di cinghiali con cinghialetti al seguito, costringendoci ad una brusca frenata. Abruzzo, non sapevo che le tue strade fossero percorse da così tante belve fameliche, ora capisco perché sei la patria della carne alla brace.

Il giorno dopo salutiamo il nostro pastore abruzzese da guardia, agganciamo la roulotte e lasciamo la regione con la solita scorta di ferratelle, salsiccie secche e torrone al cioccolato nel bagagliaio, sempre con la vaga intenzione di tornare pigramente a Settentrione. Chiediamo un consiglio telefonico allo stimato suocero ed egli, ben consapevole del nostro profondo trasporto nei confronti dell’arte e della cultura, ci suggerisce di fare una capatina ad Amatrice per verificare se un certo ristorante di sua conoscenza sia ancora aperto. Accogliamo con piacere il suggerimento. Raggiungiamo Amatrice e, constatato che il ristorante in questione è sopravvissuto ai rovinosi eventi tellurici che hanno colpito la città, non esitiamo a metterne alla prova la cucina assaggiando gli spaghetti con il famoso condimento locale: l’ennesimo momento di gaudio per il nostro stomaco.

Dopo pranzo proseguiamo verso Castelluccio di Norcia, scavalcando il Monte Vettore su un’ardita strada di montagna per ritrovarci in un paesaggio tra i più incantevoli del nostro viaggio. La piana di Castelluccio di Norcia è famosa per la fioritura delle lenticchie e di altre verdure, attraendo per questa ragione migliaia di turisti; la vista è mozzafiato, i prati verdi fioriti si stendono a perdita d’occhio, circondati dalle colline. Uno potrebbe immaginare di trovarsi nelle steppe mongole. Pensavamo di fermarci per la notte, ma dopo una passeggiata tra i papaveri la ressa di camper ed automobili parcheggiate ovunque ci ispira a cercare un luogo più tranquillo. Il sole è ancora alto, partiamo ed un po’ casualmente attraversiamo l’Umbria e capitiamo infine ad Assisi, dove ci accampiamo alle porte della città. Per tutto il giorno passiamo per terre colpite dai terremoti degli ultimi anni, osserviamo sgomenti le macerie ed i troppo lenti e timidi accenni di ricostruzione. Abitando lontano si fatica a cogliere la proporzione di quanto sia vasto il territorio e di quanto sia grande il danno subito, è facile dimenticare i nomi di città e borghi sentiti anni fa al telegiornale ed illudersi che tutto sia, in qualche modo, tornato alla normalità. La situazione è invece ben lontana dall’essere risolta e la normalità è fatta ancora di casette prefabbricate e vite sradicate.

Qui i talebani potrebbero instaurare un bel business

Ad Assisi, che abbiamo visitato appena un paio di anni fa, ci fermiamo solo il tempo di fare quattro passi all’Eremo delle Carceri ed appurare come pure in quell’oasi di pace e raccoglimento non manchi un elemento di disturbo purtroppo assai difficile da eliminare: l’essere umano. Ad ogni svolta del sentiero, dietro ogni frasca di quel luogo ameno troviamo un turista che urla, un bambino che piange, una comitiva sudata e caciarona che si accalca per una foto. Questa insofferenza nei confronti della nostra specie, unita al calore estivo incalzante che ci ha seguito fino in Umbria, ci causa evidentemente un delirio mistico: decidiamo infatti di risalire in auto e di rifugiarci in un altro famoso eremo francescano, a Camaldoli, nel bel mezzo delle foreste casentinesi. L’altitudine del luogo ci fa apparire anche questa nuova destinazione particolarmente allettante per il ristoro dell’anima e del corpo.

Per qualche motivo che ora mi sfugge, Camaldoli è piuttosto nota negli ambienti alternativi-ma-non-troppo quale luogo ideale per ritirarsi dal mondo, meditare e ritrovare la pace interiore. In effetti, trattasi di una subdola strategia di marketing spirituale: durante il nostro soggiorno in zona troviamo più calore umano e sincero trasporto per il prossimo nei gentili ristoratori che nei monaci sgarbati e negli altri personaggi che bazzicano attorno agli edifici religiosi, spesso sospettosamente sensibili al fascino della pecunia. Anche il campeggio, posto nell’incantevole cornice della foresta, non è privo di un frustrante difetto: le piazzole per le roulotte si trovano in alto, lungo la strada, ma i bagni sono in basso, al termine di una lunga e ripida discesa. In queste circostanze ogni sortita per espletare le esigenze naturali diventa una scarpinata che richiede notevole riflessione (ma badate bene, non troppa riflessione!) ed una attenta valutazione dei pro e dei contro. Ci consoliamo con la frescura della montagna, le ultime partite a burraco e la bontà delle schiacciate locali.

A Camaldoli per andare in bagno ti serve l’attrezzatura da trekking

Tutte le cose belle inevitabilmente finiscono e così pure le nostre ferie, ma lo stesso non si può dire per le bolle di calore estive. La nostra, che abbiamo eluso scappando a zig-zag per mezza Italia, ci attende sadica e paziente ai piedi degli Appennini. Ormai non possiamo più sfuggirle: per tornare a casa dobbiamo per forza attraversare quell’immensa padella rovente ed afosa nota come pianura padana, ore ed ore rinchiusi in una scatola di metallo in lento movimento sull’asfalto. L’aria condizionata dell’auto non riesce a reggere il caldo. Noi neppure. Arriviamo a casa in condizioni pietose, lessi come cachi maturi, rimpiangendo amaramente il mare, la montagna e la foresta che ci siamo lasciati alle spalle ed invidiando persino il cane inselvatichito e le altre fiere che scorrazzano libere e felici per i boschi abruzzesi. Concludo approfittando di questo microfono per richiamare l’attenzione sulla necessità di fare tutti del nostro meglio per combattere il riscaldamento globale: smettiamo di usare cannucce di plastica, ricicliamo correttamente i rifiuti e guidiamo con prudenza le nostre petroliere quando passiamo in prossimità della barriera corallina. Se non altro, questo mi consentirà racconti di viaggio più brevi.

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