Nel frattempo, diecimila chilometri ad Est #3
Viaggio in Cina 2024: Taijiquan a Chenjiagou
La nostra limonata preferita, principale conforto contro la calura estiva, sembra essere scomparsa dagli scaffali di quasi tutti i negozi di Chenjiagou. Avrà fatto qualche sgarbo al governo? Avranno terminato le scorte al termine della lunga estate cinese? Il dubbio rimarrà insoluto anche perché, dopo una settimana trascorsa nel nostro amato villaggio cinese, il clima dello Henan cambia repentinamente. Basta una giornata di pioggia e le giornate ancora estive di fine settembre lasciano il posto ad un improvviso autunno, portandosi via anche la nostra voglia di limonata. Durante il giorno il sole ancora alto ci fa sudare, ma l’aria del mattino è fresca e la notte dobbiamo coprirci di coperte… però anche difenderci dalle ultime zanzare, perché la vita sa essere ingiusta e beffarda.

Allenamento per gelatai
Dopo qualche giorno di allenamento ho la possibilità di sostituire le normali lezioni di taijiquan con un breve seminario diretto dal maestro in persona. È un’occasione rara che non esito a cogliere, così come fanno altre centonovanta persone circa.
La palestra, per enorme che sia, è gremita. Prima di ogni lezione dobbiamo attendere pazientemente nel cortile mentre viene fatto l’appello dei centonovanta partecipanti, una faccenda lenta e tediosa che dura almeno mezz’ora: c’è gente da tutto il mondo ma a quanto pare preferiscono evitare i portoghesi. Uno per uno tutti gli iscritti al seminario vengono chiamati per nome e fatti entrare in palestra. Solo quando tocca agli stranieri, improvvisamente, la procedura subisce un’accelerazione: dato che i nostri nomi risultano difficili da pronunciare, veniamo semplicemente invitati ad entrare tutti insieme come un gruppo compatto di “laowai”. Italiani, argentini, canadesi… tanto per loro ci assomigliamo tutti.
Una volta all’interno, un assistente sbraita come il tenente di un film americano per assicurarsi che ognuno sia al proprio posto, abbia il primo bottone della giacca ben chiuso ed il telefono spento. Siamo tutti vestiti completamente di bianco come una truppa d’assalto di gelatai, e tutti allineati in file ordinate che ogni giorno scalano a rotazione verso il palco, in modo che prima o poi ci capiti persino l’occasione di poter vedere il maestro da vicino.
Appena cominciato l’allenamento, com’è inevitabile, questo rigore così scenografico cede il posto al naturale caos della pratica marziale. Le file progressivamente si sfaldano, le colonne si disallineano, i bottoni vengono slacciati ed i cellulari rompono la pace con inevitabili suonerie da operetta. Quando non suonano i telefoni, la serenità degli allenamenti viene disturbata dal rumore dei camion di passaggio o dei lavori di costruzione in cortile, dall’improvviso scoppio di fragorosi petardi o da tuoni di altro genere ma non meno fragorosi, dovuti ai soliti fagiolini. Nonostante la meticolosa disorganizzazione cinese mi diverto molto ed il seminario si attesta come sempre su livelli di eccellenza.

Dal libro dei discepoli
Mentre io mi dedico a questo, Bruna si prepara per l’importante cerimonia del discepolato, con la quale entra simbolicamente a far parte della famiglia del maestro e del gruppo degli allievi più avanzati. Si tratta di una tappa fondamentale nel percorso di un’artista marziale e pertanto non mi azzarderò a parlarne in modo meno che rispettoso, anche perché provo ancora un certo attaccamento a questa mia vita terrena.
Il giorno della cerimonia arriva dopo intense sessioni di preparazione, le lezioni sono sospese per consentire alle centinaia di persone presenti di assistere o partecipare. A metà mattina un lungo serpentone di insegnanti, praticanti, ospiti illustri e semplici curiosi parte dal cortile della scuola ed attraversa tutto il villaggio fino ad arrivare al tempio dedicato agli antenati per accompagnare i diplomandi. Fa di nuovo molto caldo. Naturalmente nella folla siamo presenti anche io, in qualità di praticante, e Bustina, come ospite illustre.
Incensieri, drappi rossi, tavoli imbanditi di frutta e dolci offerti in segno di devozione: tutto è stato preparato con cura nel cortile del tempio, come si conviene ad un evento molto tradizionale, scandito da riti e ritmi di un’altra epoca. Certo non mancano piccoli cedimenti kitsch, come l’incomprensibile pupazzo di una renna albina che pratica Taiji, ma d’altra parte il kitsch è esso stesso parte integrante della cultura tradizionale cinese. I discepoli, autentici protagonisti della giornata, si schierano di fronte alla statua del fondatore del Taijiquan, mentre noi del pubblico ci accalchiamo ai lati, allungando il collo ed i cellulari per riprendere quanto più possibile del suggestivo evento.
Gli allievi più forzuti della scuola picchiano i grandi tamburi sotto il sole impietoso. La cerimonia, lunga ed articolata, inizia con i discorsi delle autorità convenute per l’occasione, parole che immaginiamo commoventi e pregne di significato. Purtroppo manca la traduzione, ed in questo caso non abbiamo a disposizione la grappa cinese per superare le barriere linguistiche. In seguito, seguendo il rituale, il maestro ed i discepoli si inchinano agli antenati e bruciano bastoncini di incenso, poi vengono consegnati i sudati diplomi ed alcuni oggetti cerimoniali. Si conclude praticando del buon Taiji e radunandosi per le immancabili foto di gruppo. Alcuni dei partecipanti sembrano più che altro interessati a sfruttare quella scenografia d’eccezione per mettersi in posa gli uni accanto agli altri, di fronte alle statue o con l’ingresso del tempio sullo sfondo, mirando ad un prezioso servizio fotografico per i social. Viste le circostanze, in fondo, è anche comprensibile. Il mondo delle arti marziali non è più quello di secoli fa, ma questo non toglie nulla al fascino di questa cerimonia antica.

Ultimo tango a Chenjiagou
Purtroppo, la mattinata trascorsa sotto il sole, gli sbalzi di temperatura ed il livello stellare di inquinamento non sono privi di conseguenze ed il giorno prima della nostra progettata partenza Bruna viene abbattuta da una dolorosa sinusite. Come al solito noi ci siamo portati appresso un mezzo arsenale di medicine mentre Cindy e sua madre si prodigano a rifornirci di rimedi tradizionali cinesi, sicché abbiamo a disposizione il meglio della farmaceutica di due culture per combattere rapidamente l’infezione e la febbre. Inevitabilmente, però, ci vediamo costretti a rivedere il nostro programma di viaggio: abbiamo ancora un paio di giorni prima di prendere l’aereo per l’Italia e pensavamo di trascorrerli a Xi’An a rosicchiare delizioso cibo da strada e visitare antiche moschee, ma riteniamo più prudente spostare un paio di prenotazioni e restare ancora a Chenjiagou, dove Bruna può riposare nel comfort del collegio.
Ad una condizione, però.
Avendo già raggiunto il massimo livello di sopportazione per i fagiolini e le brodaglie della mensa del collegio, io e Bustina dedichiamo queste ultime sere a rapide escursioni presso i ristoranti del villaggio per procurarci cibo più gustoso da consumare in camera. È in una di queste occasioni, mentre aspettiamo che si cuociano alla brace dei deliziosi spiedini di agnello, che vengo sorpreso dall’ennesimo incontro ravvicinato di Chenjiagou. Un tizio improvvisamente mi viene incontro salutandomi ed abbracciandomi: è Occhi di Pesce, un compagno di corso cinese con cui non ho mai scambiato una parola in due settimane. Da principio penso che mi abbia scambiato per qualcun altro, anche se l’eventualità è improbabile date le mie caratteristiche etniche. Usando il solito traduttore automatico, Occhi di Pesce mi chiede invece informazioni su di noi e sulla nostra partenza, mi riabbraccia ed infine vuole che ci scambiamo il contatto di WeChat. Così, per nessun motivo in particolare. Ecco perché, a dispetto del cibo della mensa, dell’inquinamento che gratta la gola e della vanagloria di alcuni studenti di taiji… io continuo ad amare questo posto.

Guardando la Cina da un oblò
Una mattina, infine, usciamo dal collegio alle prime luci di un’insolita atmosfera nebbiosa e partiamo per il viaggio di ritorno. Stesso tragitto dell’andata, questa volta al contrario. Scrivo quindi questi appunti tra il sedile di un treno veloce e la sala d’imbarco di un aeroporto, nelle lunghe tappe che scandiscono questo viaggio. Tra l’Henan e lo Shaanxi è tutta una distesa ininterrotta di campi e filari, solcati dalla linea ferroviaria e dai viadotti autostradali. I villaggi sono miseri grumi di case grigie dal tetto piatto, le occasionali metropoli degli alveari di cemento. Tra un centro abitato e l’altro, non sembra esserci un metro quadro di terra che non sia stato coltivato, a parte gli occasionali tumuli funebri che ancora emergono lugubri dal terreno ed i sottili monoliti moderni delle pale eoliche allineati all’orizzonte. Il paesaggio brumoso della campagna, visto dal finestrino di un treno asettico ed illuminato da una luce fredda, sembra appartenere ad un altro pianeta o ad un altro secolo.
Qualche considerazione finale. Per tutto il viaggio praticamente non abbiamo usato contanti, questa volta ci siamo attrezzati con una sim virtuale e siamo riusciti quindi a pagare con il telefono praticamente ovunque, proprio come fanno i cinesi. Scansioni un codice QR e ti arriva immediatamente una notifica sul cellulare. Tre bottigliette d’acqua? Ping! 6 yuan, meno di un euro. Un paio di forbicine? Ping! 3 yuan. Una porzione di ravioli da asporto? Ping! 16 yuan, un paio di euro, ma la porzione è da trenta ravioli e non da quattro come al ristorante cinese in Italia. Un caffè espresso? 8 yuan, ma senza Ping! perché alla fine non mi sono fidato e non l’ho comprato. Anche i biglietti del treno ed il taxi privato che ci ha prelevato alle porte del collegio li abbiamo prenotati e pagati con il telefono, l’affanno di dover trovare una banca per cambiare i soldi resterà solo un ricordo buffo del passato. Le auto elettriche sembrano ormai più numerose di quelle a benzina, alcune persino carine, mentre in aeroporto basta fermarsi qualche secondo davanti al cartellone perché grazie al riconoscimento facciale appaia sullo schermo il tuo nome, la destinazione ed il gate di imbarco. La Cina cambia ad una velocità per noi impensabile, anche se a velocità diverse tra la città e la campagna, e ad ogni viaggio scopriamo qualcosa di nuovo. Il mio unico rimpianto è che questa volta non ho visitato neanche un tempio, non sono salito su nessuna montagna sacra e non ho litigato con nessun portiere d’albergo. Il viaggio ha un qualcosa d’incompiuto, toccherà tornare in Cina al più presto.
