Nel frattempo, diecimila chilometri ad Est #2
Viaggio in Cina 2024: Taijiquan a Chenjiagou

Vivere e mangiare a Chenjiagou
Da circa una settimana viviamo nella nuova accademia internazionale di Taijiquan del maestro Chen Bing a Chenjiagou. Possiamo finalmente alloggiare nel nuovo dormitorio, completato circa un anno fa. Provo un po’ di nostalgia per il vecchio collegio dall’altra parte della strada, con i suoi ballatoi che si affacciavano sul cortile interno, i nidi di rondine, i gechi notturni e gli altri animali misteriosi, ma non c’è dubbio che siano stati fatti grandi miglioramenti nell’accoglienza degli ospiti cinesi ed internazionali.
Le nuove camere sono più grandi, più pulite e più ospitali di quelle della vecchia scuola, sono dotate di armadio, il Wi-Fi generalmente funziona ad una velocità decente e non c’è traccia di roditori di nessuna specie. Tutte le stanze sono dotate di balcone, utile per appendere i panni ad asciugare dopo le quotidiane sessioni di lavaggio a mano e per contemplare, a seconda dell’orientamento della stanza, i compagni che si allenano in cortile o la sconfinata campagna cinese ai margini del Fiume Giallo. Il materasso del letto, sfortunatamente, è sempre duro come il cuore di un eunuco imperiale della dinastia Ming. Non resta che provare ad infilarne uno in valigia. Ogni tanto, sdraiati su questo letto ingrato, sentiamo dei rumori misteriosi, dei tonfi o dei sordi rombi provenienti dalle pareti, come se l’intero edificio stesse borbottando. Forse questi rumori esistono solo nella mia immaginazione, ma sono comunque degli utili promemoria sulla caducità della vita mortale e dell’edilizia in genere.
Durante il mio soggiorno, peraltro, realizzo improvvisamente che i cinesi possono vantarsi ormai di primeggiare quasi in ogni campo della scienza, ma esiste un’invenzione del mondo occidentale della quale sottovalutano ancora l’importanza. Si tratta del battiscopa, complemento d’arredo completamente sconosciuto da queste parti: umile baluardo contro lo sporco che giorno dopo giorno insudicia alla base ogni parete al di qua della Grande Muraglia, nonché probabilmente la Grande Muraglia stessa, ma solo sul lato cinese.
Se proprio dovessi impuntarmi a cercare una critica alla nuova scuola, però, citerei senz’altro l’evidente e reiterata incapacità dell’architetto di Chenjiagou di progettare una scala in cemento dotata di gradini orizzontali e di altezza omogenea. Guardando le scale del collegio, mi ricordano sempre le righe che disegnavo a scuola da bambino: non del tutto storte, ma certamente poco dritte. Ormai troppo tardi scopro che in Cina sarei potuto diventare comunque un passabile architetto.

Ma a chi interessa, poi, se il letto non è troppo comodo o i gradini delle scale sono leggermente asimmetrici? L’importante nella vita è praticare un buon Taijiquan e mangiare bene. A questo proposito, la mensa della scuola ha cambiato di nuovo ubicazione. Ora si trova accanto alla palestra: la sala è ampia, ha un soffitto alto ed è ben ventilata, perciò non si crea più quell’effetto sauna per il quale sembrava di essere stufati noi stessi mentre pranzavamo.
La prima mattina veniamo accolti all’ora di colazione da una bella montagna di baozi caldi: deliziosi panini al vapore ripieni di carne saporita. Questo ci stupisce e ci fa sperare che il vento di cambiamento sia arrivato anche oltre le porte della cucina. L’illusione dura solo un giorno, l’inspiegabile eccezione non si ripete ed i cuochi tornano al solito menù di uovo sodo, mantou e verdure stufate o in brodo. Non manca il fantomatico zhou cinese: una specie di porridge di riso talmente cotto da essere praticamente sciolto nell’acqua bollente. Solo la speranza di scoprire una deliziosa pallina dolce di riso glutinoso che galleggia sulla superficie di quella brodaglia insipida mi spinge di quando in quando ad avvicinarmi al calderone del zhou. Tra le verdure anche quest’anno si prediligono i fagiolini: quintali di fagiolini a colazione, pranzo e cena come l’anno scorso, come la volta prima e quella prima ancora… Di solito veniamo a Chenjiagou in estate, perciò pensavamo che tanta abbondanza di fagiolini dipendesse dal periodo del raccolto. Constatiamo con sgomento che a Chenjiagou è sempre la stagione dei fagiolini!
La domenica un colpo di scena: al nostro arrivo in mensa, su ogni tavolo troneggia una grande pentola piena di patate e carne di gallina. Petto di gallina, cosce di gallina, ali di gallina, e naturalmente zampe di gallina e qualche testa di gallina che spunta tra le patate, una scena un po’ da film dell’orrore ma allo stesso tempo irresistibile dopo l’overdose di fagiolini. Noi occidentali, radunati attorno allo stesso tavolo, ci scambiamo uno sguardo di incoraggiamento prima di spazzolare via quasi tutto: alla fine del pranzo restano in fondo alla pentola solo le zampe e le teste, che nessuno osa toccare… I cinesi non sono così pavidi, alla fine del pasto accanto alle loro ciotole campeggiano orridi mucchietti di ossa bianche, becchi e zampe rosicchiate, come un campo di battaglia dopo la calata dei mongoli. Una scena che speriamo di non rivedere mai più, fino alla prossima domenica.

Il tempo del sudore
La maggior parte del nostro tempo, com’è normale, lo passiamo in palestra. Per i nostri allenamenti ci siamo affidati di nuovo al maestro Scodella, conosciuto l’anno scorso, e ad un giovane maestro con la mole, l’aspetto e l’arguzia di un bufalo, che chiameremo Maestro Sopracciglione o più brevemente il Ciglione. Il Ciglione è indubbiamente bravo nella pratica del Taijiquan, ma forse per timidezza o per disperazione non vuole avere niente a che fare con me, mi evita in tutti i modi e mi si avvicina solo quando vuole usarmi come esempio negativo per ammonire gli altri. Per fortuna, dopo qualche giorno è stato sostituito dal maestro Zheng, che era stato anche il nostro primo insegnante quando siamo stati qui più di dieci anni fa. Zheng è un bell’uomo di poche parole e nessuna di queste è in inglese, ma è cresciuto nel villaggio ed ha imparato il Taiji fin da bambino, per cui è uno degli insegnanti migliori. Il Ciglione invece è cresciuto a Valdagno. Anche il maestro Zheng preferirebbe ovviamente che io trovassi un hobby più adatto alle mie predisposizioni, come la coltivazione di tuberi o meglio ancora qualcosa che mi tenga occupato lontano da Chenjiagou tipo la pesca d’altura, ma conoscendomi da tanti anni ormai si limita a sospirare quando mi vede. Fa del suo meglio per trasmettermi parte della sua vasta conoscenza ed al termine dell’allenamento ricevo persino un attestato come Peggiore Studente del 2024, con una sovraccopertina rossa molto elegante.

Per una concomitanza di eventi, in questi giorni la scuola ospita una folla incredibile di studenti. In Cina la prima settimana di ottobre è festa nazionale e vacanza, perciò è stato organizzato un seminario di Taijiquan guidato dal maestro in persona. Inoltre, a breve ci sarà l’attesa cerimonia per il discepolato, il motivo principale del nostro viaggio. La palestra è così piena che spesso, per quanto sia grande, non riesce ad ospitarci tutti e bisogna allenarsi all’aperto. Arriviamo forse a trecento persone, soprattutto cinesi ma anche molti stranieri provenienti da tutto il mondo: Argentina, Grecia, Stati Uniti, Canada, Austria, Bulgaria, Turchia, Albania, Brasile… Capirete che in questa situazione e senza il supporto di Lorella io non riesca a trovare un soprannome per tutti, perciò mi limito a citare Ferrero Rocher, un tizio con la testa rotonda e pelata, che gira sempre con un improbabile vestito dorato.
Bustina non ha trovato ragazzi della sua età con cui allenarsi, perciò passa le giornate in camera a fingere di fare i compiti o a vagabondare per il collegio alla ricerca di qualcuno con cui chiacchierare. Ormai è diventata una esperta poliglotta, in questo allegro melting pot marziale si intrattiene a parlare con chiunque in inglese o spagnolo. La nostra amica Cindy ci ha raggiunti insieme alla madre, proprio qui dove l’avevamo conosciuta tanti anni fa, e tra un allenamento e l’altro è premurosa e squisita come sempre.

L’assembramento in uno spazio delimitato di così tanti esseri umani, per quanto generosi nella pratica ed affratellati da una passione comune, comporta inevitabilmente la comparsa di qualche minchione: da quelli che passano le giornate a farsi le foto in posa “da guerriero” per pubblicarle sui social, alle ragazzine alla moda che si controllano il trucco prima di ogni allenamento, fino a chi si lascia andare a commenti malevoli e risatine nei confronti degli stranieri, convinti di non essere intesi. Odiosa sorella nel kung fu con i capelli cotonati, posso anche non capire esattamente quali malignità siano uscite dalla tua bocca, ma ti faccio presente che alcune espressioni facciali sono universali e la tua smorfia mentre bisbigli e mi indichi alla tua amica senile rivela inequivocabilmente che mi stai perculando. Sei fortunata che io venga a Chenjiagou a cercare la fratellanza nel Taiji e l’armonia interiore, perciò mi limito a ricambiare i tuoi insulti con equivalenti imprecazioni in dialetto veneto, sempre con il sorriso stampato sul viso.
Si tratta comunque di una deprecabile eccezione. In generale, la gente qui a Chenjiagou resta incredibilmente gentile, concentrata solo sul Taijiquan. Pure un po’ troppo: a qualsiasi ora del giorno e della notte, la palestra ed il piazzale antistante ospitano atleti intenti ad allenarsi. Non ho mai trovato le porte della palestra chiuse, passo al mattino per andare a fare colazione e dentro la grande sala intravedo gente che si allena, esco la sera tardi per un’incursione al market e c’è gente che si allena. Tutto questo mi fa sentire incredibilmente in colpa, perché io quaggiù dedico al Taiji solo tra le sei e le otto ore al giorno, sono lo scansafatiche della compagnia. Adesso quando passo davanti la palestra evito di sbirciare dentro, accelero sempre il passo e guardo fisso davanti a me, sia per l’imbarazzo che per il timore che qualcuno mi riconosca e mi inviti ad un piccolo allenamento extra. Una mattina sono uscito alle sei e venti e c’erano alcuni che praticavano esercizi di rilassamento in cortile. Fratelli nel kung fu, alle sei e venti del mattino esistono modi più pratici per rilassarsi, tipo dormire!

In palestra si comincia ad avvertire un’aria di modernità. Negli ultimi anni, probabilmente a causa di un paio di pandemie di cui forse avrete sentito parlare, il governo cinese si è dato da fare per sradicare alcune vecchie abitudini poco igieniche e finalmente la gente ha smesso di sputare sul pavimento. I bravi cittadini cinesi vanno coscienziosamente a sputare nel lavandino in fondo alla sala oppure si affacciano alla porta e sputano all’aperto, talvolta con la rincorsa per aumentare la gittata. Purtroppo, non c’è ancora modo di convincerli a spegnere le suonerie dei telefoni durante la pratica né tanto meno ad astenersi dal ruttare o dall’emettere rumorose flatulenze dopo pranzo, ma non me la sento di condannarli. È colpa di tutti quei maledetti fagiolini.
(Sì, ogni tanto la concentrazione dell’allenamento viene interrotta da un rumore simile alla pernacchia ma che non è una pernacchia. In questo caso l’aria che si avverte non è di modernità.)
Gente di Chenjiagou
In pausa pranzo o verso sera riusciamo a volte a fare una passeggiata per il villaggio, che ha ripreso un po’ della vitalità perduta. Le case vecchie vengono abbattute per fare posto a nuove e leziose scuole di Taiji, c’è persino un trenino turistico che percorre la strada principale. In centro hanno aperto un baracchino mobile per vendere il caffè, in perfetto stile italiano, vale a dire che il barista è vestito come la comparsa di un film americano ambientato nella Sicilia del primo Novecento. Ho qualche perplessità sulla qualità del caffè, che mi è stato molto raccomandato da una tizia tedesca, attualmente residente in Canada, la quale mi assicura che è tale e quale quello italiano. Ci fideremo di una simile garanzia? Io non l’ho ancora provato per mere ragioni economiche: un espresso costa come quindici ravioli, ed in fondo essendo in Cina preferisco mangiarmi i ravioli.
Svicolando per le stradine laterali si gode ancora di uno scorcio di quel che era il villaggio fino a poco tempo fa. È tempo di raccolta del granoturco ed appena fuori dall’occhio dei turisti si accumulano montagne di pannocchie, appese ad asciugare al sole dei cortili o stese lungo la strada. La vecchia polvere contadina di Chenjiagou continua ad insinuarsi dappertutto, difficile da spazzare via completamente.

Una sera veniamo invitati a cena da un tizio che ho conosciuto durante un allenamento. “Conosciuto” è una parola grossa: abbiamo praticato insieme solo per cinque minuti, nessuno dei due parla la lingua dell’altro e non so neppure il suo nome, ma da queste parti non servono tante frivolezze. Essere invitati a cena da un cinese comporta sempre per noi diversi livelli di imbarazzo, sia perché si dà per scontato che chi ha fatto la proposta debba pagare per tutti, sia perché viene sempre portata in tavola una quantità enorme di cibo, tanto che neppure Bustina riesce a terminarlo.
La cena è alle sei del pomeriggio in modo da potere andare a letto presto, perché da queste parti le galline non sono solo una pietanza ma anche un modello di vita. Siamo in uno dei pochi ristoranti del villaggio, in una sala che ci è stata riservata. Ci sediamo a tavola ed inizialmente la conversazione stenta un po’ a decollare, dovendosi reggere sull’unica persona bilingue presente e sul traduttore automatico del telefono. Il nostro ospite si rende ben presto conto della barriera linguistica e con un colpo di genio la abbatte a cannonate, favorendo come aperitivo un paio di bottiglie di una specie di amaro Montenegro cinese da 900 gradi.

Dopo due bicchieri, la conversazione si scioglie ed i commensali iniziano a vantare padronanza funzionale di ogni idioma del continente eurasiatico, compresi quelli morti e moribondi. Tra una melanzana brasata ed un maiale in salsa piccante, tra un raviolo fatto in casa ed uno spiedino di agnello speziato, si sprecano più brindisi alla fratellanza dei popoli che ad un congresso del Comintern. Anche Bruna, travolta da tanta cordialità, leva il calice in onore dello spirito unico di Chenjiagou, quell’emozione irresistibile che riesce a far sentire fratelli un professore universitario dello Anhui ed una fisioterapista californiana, un programmatore informatico bulgaro ed una studentessa argentina, una tedesca emigrata in Canada ed un caffè italiano in Cina. Quanto a me, con enorme forza di volontà riesco a fermarmi prima del terzo bicchiere, soglia alcolica oltre la quale inizierei a cantare i grandi successi di Rino Gaetano.
Nel corso della serata scopro finalmente che il nostro anfitrione si chiama Lu, vive nello Xinjiang, ha 55 anni ed è in pensione. Già, perché nella patria del turbocapitalismo più sfrenato evidentemente non è necessario lavorare fino alle soglie della morte prima di godersi il meritato riposo. Questo è tutto quello che so di lui e non mi serve altro perché ora siamo grandi amici, ci siamo promessi di restare in contatto e di ritrovarci prima o poi qui a Chenjiagou, dove non serve altra motivazione per essere felici che la pratica del Taiji.
[continua]
2 pensieri riguardo “Nel frattempo, diecimila chilometri ad Est #2”
Immenso Luca!
Letto tutto con grande piacere, e un pizzico di invidia!
Bravo Luca sei eccezzionale quando racconto potresti scrivere un romanzo avresti sicuramente un grande successo