Ancora niente da vedere

Ancora niente da vedere

Viaggio in Bosnia – Erzegovina 2025

Ogni famiglia ha le proprie tradizioni riguardo alle festività natalizie. C’è chi fa l’albero, c’è chi fa il presepe, c’è chi comincia gli aperitivi la sera del 23 dicembre ed arranca fuori dal bar solo per l’Epifania. Noi di solito amiamo fare un viaggetto, perciò la nostra tradizione natalizia è passare le giornate di ferie a cercare un posto dove andare. Qualche volta agganciamo la roulotte e andiamo da qualche parte qui intorno, ma la guerra dichiarata dal capitalismo alle roulotte ce lo rende ogni anno più difficile. Qualche volta pigliamo un aereo e ce ne andiamo più lontano, ma la guerra dichiarata dal capitalismo al nostro stipendio ce lo rende ogni anno più difficile. Qualche volta stiamo semplicemente sul divano a cercare destinazioni, alloggi, mezzi di trasporto sfogliando applicazioni e siti web uno dopo l’altro, fino a quando scorgiamo dalla finestra gli ultimi ubriachi che tornano a casa e capiamo che le ferie sono già finite.

Pubblicità ingannevole: non abbiamo incontrato nessun cinghiale sul nostro percorso.

Quest’anno è andata diversamente, quest’anno Bruna ha avuto un lampo di genio ed ha prenotato con largo anticipo, per quattro soldi, una specie di piccolo castello in una località isolata dell’Umbria. No wifi, no copertura telefonica, solo noi e potenzialmente i cinghiali. Un paradiso dove staccare la spina guardando fuori dalla finestra, rilassarsi con qualche passeggiata, leggere e fare qualche gioco in scatola. Un paio di giorni prima della prevista partenza, io e Bruna ci siamo guardati amorevolmente negli occhi e pregustandoci l’imminente vacanza abbiamo sospirato all’unisono: “Che palle!”. Nel giro di mezz’ora abbiamo cancellato la prenotazione, abbiamo caricato le valigie in auto e siamo partiti per Mostar, Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, con il pretestuoso obbiettivo di “far vedere a Bustina i minareti”.

Non che Bustina ce lo avesse mai chiesto, peraltro.

Parco nazionale di Krka, Croazia
Le placide cascatine del parco nazionale di Krka.

On the Balkan road again

Avendo parecchi giorni di vacanza davanti a noi, abbiamo deciso di prendercela comoda. Guidiamo fin quando ce la sentiamo e poi cerchiamo un posto dove dormire. Facciamo quindi tappa dalle parti di Skradin, in Croazia, altrimenti nota come Scardona. Da quelle parti c’è il parco nazionale di Krka, che a quanto pare è piuttosto rinomato, perciò al mattino andiamo a farci una breve passeggiata tra laghi e soavi cascatine e non disdegniamo una visita al vicino monastero ortodosso, piccolo e suggestivo nonostante la presenza del solito monaco un po’ scorbutico.

Monastero ortodosso Krka  in Croazia
In questo caso il monaco scorbutico lo interpreto io.

Quasi come Dumas

Il giorno dopo arriviamo senza intoppi a Mostar e lì piantiamo il campo base per la settimana successiva, che scavallava il 2024 per tracimare nel 2025. Sia io che Bruna eravamo già stati in questa città, sebbene in epoche differenti: lei prima della guerra, io qualche anno dopo in un epico viaggio con gli amici. All’epoca scrivevo “ci vorrebbero venti o trent’anni di pace per sanare le ferite di Mostar” o qualcosa del genere, perché tendevo a fare un po’ il drammatico (anche ora). Come ho trovato quindi Mostar, vent’anni dopo? Beh, non sono più un giovane intellettuale arrogante che crede di capire tutto stando in un posto due giorni e non sono ancora un vecchio intellettuale arrogante che giudica tutto dal salotto di casa propria, perciò posso ammettere serenamente di non avere una risposta precisa.

La città vecchia, che si concentra attorno al famoso ponte distrutto durante la guerra ed in seguito ricostruito, è ormai definitivamente un parco a tema per i turisti che vogliono solo scattare la foto più instagrammabile possibile e farsi rapinare in un negozietto di souvenir. Tutto sembra essere stato ricostruito, camminando sull’acciotolato lucido tra le case di pietra e le vecchie moschee pare veramente di essere catapultati indietro nel tempo. Cionondiméno, non ci si scrolla da dosso la sensazione di essere all’interno di una suggestiva scenografia, come in molte “località storiche” cinesi.

Ponte di Mostar in Bosnia - Stari Most
Il Ponte Vecchio di Mostar, potentissima calamita per turisti e denari.

Guardando con attenzione ed allungando un po’ il passo appena al di là delle solite due stradine della zona Est di Mostar, si incontrano ancora le cicatrici di quella guerra non troppo vecchia e certamente niente affatto dimenticata, edifici in macerie e muri sforacchiati dai proiettili. La divisione della città tra le due etnie bosniaca e croata continua ad essere evidente, sottolineata dall’incombente presenza della grande croce bianca sulla vicina montagna e dal campanile che svetta più in alto di qualsiasi minareto, oltre che dai graffiti sui muri che inneggiano alle due squadre di calcio locali (forza Velež!). La Neretva continua a scorrere sotto il ponte, smeraldina ed indifferente a tutte queste drammatiche beghe umane.

Mostar dal ponte di Mostar.

L’urlo di Chen terrorizza anche l’Erzegovina

Con nostro disappunto la maggior parte delle scarse attrattive turistiche di Mostar è risultata chiusa durante l’inverno, perciò più che altro noi passeggiavamo per le stradine, esploravamo i negozietti ed assaggiavamo tutte le possibili varietà di lokum offerte dalla gastronomia locale. La città non mancava comunque di sorprese. Ad esempio, noi pensavamo di essere in Bosnia, mentre abbiamo scoperto di essere in Erzegovina. Inoltre, pensavamo che Erzegovina si pronunciasse Erzegòvina, mentre a quanto pare si pronuncia Erzegovína. Che terre ricche di mistero!

Tra una passeggiata e l’altra, io ne ho approfittato per chiudere una vecchia questione. Durante il primo viaggio a Mostar, ci eravamo impelagati un giorno intero alla ricerca di un’improbabile statua di Bruce Lee che sembrava fosse stata inaugurata in città. Nessuno ne sapeva niente e non eravamo riusciti a trovarla anche perché, abbiamo scoperto in seguito, all’epoca la statua era stata solo annunciata ma ancora non esisteva.

Vent’anni dopo, grazie alle più moderne tecnologie di localizzazione satellitare, a due passi dal nostro albergo sono finalmente riuscito a trovare la statua di Bruce Lee a Mostar! O meglio, ho trovato il suo piedistallo, perché la statua nel frattempo se l’è rubata un tizio che voleva fonderla per farci due spicci, quindi ancora una volta la mia ricerca non è stata del tutto soddisfacente. Speriamo che per il 2044 riescano a rimetterla al proprio posto.

Statua di Bruce Lee a Mostar
Vent’anni di attesa per vedere questo piedistallo. Ben spesi, direi.

Una questione di fede

Quando eravamo sazi di ponti, minareti e dolcetti turchi prendevamo l’auto ed andavamo ad esplorare i dintorni: l’incantevole moschea dei dervisci di Blagaj, il suggestivo villaggio di Počitelj, il piccolo monastero ortodosso di Žitomislići… Inevitabilmente, anche in questi luoghi sereni ed apparentemente lontani dalle follie del mondo, emergevano di quando in quando le tracce della guerra crudele: se non era la moschea ad essere stata ricostruita di recente, era senz’altro il monastero vicino. Ogni villaggio o paesino era anticipato, quasi presentato, da un cimitero decisamente troppo grande, la foggia delle cui lapidi permetteva di capire a colpo d’occhio l’etnia di appartenenza dei morti: steli bianche e strette come piccoli obelischi per i bosniaci musulmani, lapidi di marmo scuro con la croce cattolica od ortodossa per croati e serbi, come se per l’inquilino del piano di sotto facesse ancora qualche differenza questa definizione d’identità.

Počitelj, affacciato sull’indifferente boscaglia.

Per motivi non del tutto chiari, forse solo perché nel nostro ultimo viaggio in Cina avevamo saltato la tradizionale ascensione alle montagne sacre, Bruna ci ha coinvolti anche in una gita nella famigerata Medjugorje. Altro parco giochi, nonostante il diverso tema. Consapevoli che per espiare i nostri peccati non basterebbe la scalata del Monte Everest, per motivi ancora meno chiari siamo saliti per la via crucis, che la geologia del luogo ed un astuto marketing religioso hanno deciso di rendere il meno agevole possibile. D’altra parte, mentre noi ci lamentavamo dei sassi scivolosi e delle nostre calzature inadatte, persone mosse da una fede palesemente molto più salda della nostra ci superavano salendo a piedi nudi senza curarsi del freddo, del dolore e del senso del ridicolo. Siamo arrivati alla vetta che già stava calando la sera, perciò senza indugiare troppo in contemplazioni religiose abbiamo intrapreso la discesa. Ciononostante, non avendo il lusso di essere illuminati dalla fede, ci siamo trovati presto a camminare al buio, con Bustina che esprimeva tutto il proprio disappunto con la migliore compilation di improperi concessi ad una signorina di 11 anni e tre quarti. Sicuramente qualsiasi benedizione che potessimo eventualmente esserci guadagnati durante la salita, è stata vanificata dalle nostre maledizioni durante la discesa nelle tenebre (letterali).

Croci, moschee e sassi rappresentano le principali attrazioni della Erzegovina.

Dalla Jugoslavia con amore

In una giornata di freddo e neve un’altra delle nostre gite ci ha portato a Konjic, dove abbiamo visitato il bunker antiatomico segreto costruito da Tito durante la guerra fredda e recentemente aperto al pubblico. Visita indubbiamente interessante tra i sistemi progettati per garantire l’autonomia idrica ed energetica per sei mesi, il centro di comunicazioni, le stanze destinate ai generali e l’appartamento riservato allo stesso Tito, con tutto il fascino della jugo-nostalgia. Evidentemente il complesso, descritto come la più costosa opera pubblica della Jugoslavia, non è mai stato usato per lo scopo previsto. E per fortuna perché, come ha osservato Bustina, tra i trecentocinquanta militari e scienziati autorizzati ad essere rinchiusi nel bunker l’unica donna prevista era la moglie di Tito, perciò sarebbero stati sei mesi molto noiosi!

I presidenti da poco hanno un telefono rosso, Tito ne aveva almeno tre.

Into the wild

Un paio di giorni prima della befana, ormai soddisfatti della nostra conoscenza dell’Erzegovina, siamo ripartiti per tornare a casa. Dato che ancora non avevamo fretta, abbiamo allungato un pochino per dare un’occhiata anche a Dubrovnik. La strada tra Mostar e Dubrovnik, scegliendo di evitare la noiosa autostrada, è un’esperienza incredibile di per sé. Salite, discese ed innumerevoli curve tra montagne di sassi, pianure di sassi e, tra una e l’altra, qualche collina di sassi. Poi magari d’estate è meglio, dev’essere uno spettacolo con i sassi in fiore. Nessuna città, nessun segno di vita a parte una sporadica mucca che cercava mogiamente qualche filo d’erba da brucare tra gli arbusti rinsecchiti e qualche auto di passaggio. Bruna guardava sconsolata dal finestrino alla ricerca del musetto amico di un cinghiale, fino a quando le ho fatto presente che, per quel che ne so io, in inverno i cinghiali potrebbero anche andarsene in letargo come gli orsi. La notizia ha suscitato in lei un vivace rammarico. Ad un certo punto, fidandoci del navigatore, ci siamo infilati in una strada ricavata apparentemente da una vecchia linea ferroviaria: cinquanta chilometri di nulla su una carreggiata appena più larga della mia auto e priva di paracarri, appollaiata uno stretto terrapieno bordeggiato di rovi ostili.

Bruna, per rincuorarci, ci raccontava di vecchi episodi di brigantaggio che avvenivano tempo addietro nelle strade più isolate dei Balcani, assalti ed agguati ai danni di ignari turisti che osavano avventurarsi su strade di campagna lontane dai centri abitati, viaggiatori depredati o scomparsi nella notte. Racconti che, per qualche motivo, mentre percorrevamo quella strada di campagna lontana dai centri abitati mi suscitavano una certa commozione. Tra minareti e santuari assortiti però qualcosa deve evidentemente avere funzionato, perché con nostro grande stupore siamo infine sbucati sani e salvi sulla costa dalmata senza finire impantanati in qualche fosso od essere assaliti da alcun bandito.

E per quanto possa sembrare paradossale, neppure un cinghiale.

A riveder le stelle

Il viaggio di ritorno, in effetti, è stato un po’ lungo e tedioso, con Bustina che all’altezza di Spalato era ormai stanca di stare in auto ed ha iniziato a borbottare come una caffettiera per esprimere il proprio malcontento… un lungo borbottio, interrotto da qualche sospiro, per tutto il lungo tragitto da Spalato fino a casa. Io invece, nonostante i chiaroscuri di queste terre, sono tornato carico di entusiasmo e pronto per un nuovo anno di ricco di viaggi spettacolari ed incredibili avventure, slancio che è durato inarrestabile per quasi tre giorni. Sono tornato anche carico di un chilo di lokum acquistati da me e Bustina con la scusa di “terminare gli ultimi marchi bosniaci così da non doverli cambiare”. Quelli presumibilmente dureranno un po’ di più.

Infine, il delizioso panorama della costa dalmata.

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