Nel frattempo, diecimila chilometri ad Est
Viaggio in Cina 2024

L’inaudito comfort della Poverach Class
Diecimila metri sopra i mari, sono ancora qui a cercare invano di dormire nel buio artificiale di una cabina aerea. La destinazione è la solita Cina, ma per variare un po’ la trama stavolta ci andiamo in autunno e ci fermiamo solo un paio di settimane, usufruendo di questa generosa politica di esenzione del visto messa a disposizione dal magnanimo governo cinese. Cambia anche il movente del viaggio: se ci siamo permessi di sottrarre Bustina agli affanni della seconda media non è per trastullarci su e giù per montagne sacre o alla ricerca della ricetta segreta del tofu peloso, ma perché Bruna ha un’importante cerimonia di Taijiquan a cui prendere parte a Chenjiagou e Bustina non se la sentiva di lasciarla sola. Quanto a me, ormai lo sapete: qualunque scusa per andare in Cina va bene, anche solo per mangiare due ravioli.

Partiamo da Schio alle cinque del mattino di una serena mattina di settembre, destinazione Milano Malpensa. All’aeroporto Silvio Pernacchioni ci imbarchiamo per Shenzhen, Cina Rep. Pop, tappa di scalo del nostro viaggio verso il paradiso delle arti marziali. La compagnia aerea, cinese, è una delle migliori tra le tante provate finora. Le assistenti di volo sono altissime, gentilissime e si muovono con eleganza tra i corridoi di questa carriola volante per cogliere ogni necessità di noi turisti intercontinentali. Pur nelle ristrettezze della Poverach Class, come la chiama Bustina, veniamo riempiti di regali: coperta, cuscino, mascherina per gli occhi, spazzolino da denti, tappi per le orecchie e persino un paio di calzini rossi che a Natale finiranno senz’altro sotto l’albero di qualcuno. Anche il cibo non è male. All’acquisto del biglietto ci hanno lasciato scegliere il tipo di pasto che preferivamo e come sempre io e Bruna abbiamo abusato dei nostri poteri, specificando per ciascuno di noi e per ogni tratta aerea delle restrizioni religiose ed alimentari diverse. Anzi, le più specifiche e statisticamente improbabili combinazioni di restrizioni religiose ed alimentari che ci venissero in mente: musulmano vegano, induista ovolattovegetariano, buddhista trumpiano, veneto astemio… roba così. Non che cambi poi molto, i pasti in realtà sono più o meno sempre uguali per tutti e tre, però ce li servono prima che agli altri per non fare confusione. Inoltre, ci sono bibite gratuite a volontà e una presa di corrente per ricaricare il telefono davanti al sedile. Persino in classe Poverach! Inaudito!

Il viaggio in aereo verso oriente ha sempre delle consuetudini paradossali, ma ormai conosciute e perciò quasi rassicuranti. Appena dopo il decollo le assistenti di volo si impegnano in un lento carosello lungo i corridoi per distribuire i pasti, versare le bibite, raccogliere i vassoi vuoti ed infine le immondizie varie. Estenuante per loro e per i passeggeri, soprattutto per chi cerca di raggiungere il bagno in coda all’aereo. Una volta terminato questo necessario rituale inizia l’invito al sonno: si spengono le luci, di solito si abbassano gli oscuranti dei finestrini ma in questo caso non ce n’è neppure bisogno, perché i finestrini si oscurano autonomamente ad ordine del comandante, nuovo prodigio di tecnologia. In questa improvvisa notte artificiale che non si cura dell’orologio, ognuno si chiude del proprio piccolo mondo circoscritto dallo spazio del sedile. Mentre voliamo rapidamente verso Oriente c’è chi cerca di dormire, con il cuscino dietro il collo, la mascherina sugli occhi e la copertina di pile offerta dalla compagnia aerea, chi guarda film cinesi sottotitolati in inglese e chi si agita inquieto spiando gli altri passeggeri. Io oscillo incerto ed insonne tra la seconda e la terza categoria di passeggeri.
Velocità di connessione
Sbarcati all’aeroporto di Shenzhen con gli occhi gonfi e le articolazioni rattrappite, ci sottoponiamo ai lenti ed estenuanti controlli doganali cinesi. In fila ordinata con gli altri stranieri dobbiamo attendere pazientemente il nostro turno per farci timbrare il passaporto nuovo di zecca e lasciarci scansionare viso ed impronte digitali. Francamente sono offeso che ancora non mi riconoscano appena sceso dall’aereo, dovrebbero saperlo che sono del fan club. Ad ogni modo, dopo aver ricevuto la benedizione doganale risaliamo subito su un altro aereo che ci rimbalza a Xi’An, capoluogo della provincia dello Shaanxi e città natale di Bustina, nonché nostro aeroporto di destinazione.
Qui troviamo il collegamento per prendere direttamente la metropolitana. L’ultima volta che siamo stati a Xi’An c’erano forse tre o quattro linee della metropolitana e per raggiungere l’aeroporto bisognava prendere un autobus o un taxi, mentre ora ci sono 14 linee ed una di queste arriva fino al terminal degli arrivi, perciò non dobbiamo neppure uscire dall’aeroporto. Indubbiamente molto più comodo. Del resto, sono passati ben sei anni dall’ultima visita, in una grande metropoli moderna se ne possono fare di cose… volendo. Questa volta, grazie alla generosità della compagnia aerea, non abbiamo problemi di bagaglio, perciò appena saliti sul vagone appoggiamo la testa sulle nostre grandi valigie e ci lasciamo trasportare fino alla stazione dei treni veloci. La prossima tappa prevede infatti lo spostamento tra Xi’An e Gongyi, la stazione più vicina al villaggio di Chenjiagou.

Il mostro di acciaio e furore che ci ha portato da Xi’An a Gongyi
La stazione dei treni veloci è ormai un altro non-luogo a noi familiare. La sala d’aspetto è gigantesca e luminosa, con un alto soffitto e decine di gate di ingresso numerati che portano ai binari, accessibili solo pochi minuti prima della partenza del treno. Tutt’attorno, negozi, bar e ristoranti per chi vuole ingannare l’attesa, distributori d’acqua calda ed i necessari ma incomprensibili tabelloni con gli orari. Qui purtroppo dobbiamo sopportare un’attesa di ore, perché nel nostro pessimismo occidentale avevamo prenotato un treno che partisse ad un orario compatibile con eventuali ritardi dell’aereo, disservizi della metropolitana, rapine o invasioni extraterrestri, tutte cose che in Cina non si verificano.
Non essendo riusciti a dormire per niente durante il volo ed il trasferimento in metro, cerchiamo di approfittare di questo tempo per schiacciare un pisolino sulle poltroncine della stazione, nonostante gli altri passeggeri mettano a dura prova la nostra pazienza ormai logora. C’è chi chiacchiera sguaiatamente, chi guarda rumorosi video sul telefono e chi rosicchia salsiccette di pseudo carne dall’odore nauseabondo. Un tizio si cura della propria salute spirituale snocciolando meccanicamente un rosario mentre ciarla al telefono. China as usual. In definitiva solo Bustina, con la testa su un cuscino ed i piedi sulla valigia, riesce a prendere sonno. Io e Bruna vegliamo insonni ed orripilati, mentre i gentiluomini e le dame seduti di fronte a noi provvedono all’igiene delle proprie vie respiratorie scaracchiando o scaccolandosi platealmente ed i nostri sensi lottano per riallinearsi agli standard cinesi di rumori ed odori molesti.

I potenti motori elettrici cinesi
Finalmente, all’orario stabilito arriva il nostro treno, un mostro di acciaio ed aerodinamica che in meno di due ore ci porta a Gongyi, a quattrocento chilometri di distanza. Inseguiti dall’odore degli snack alla carne avariata dei nostri compagni di viaggio, neppure sul treno riusciamo a prendere sonno. Di fronte alla stazione di Gongyi, come previsto una lussuosa automobile prenotata online due settimane fa ci aspetta per accompagnarci a Chenjiagou. Nonostante siamo a quel punto al limite del sonnambulismo, l’auto attira la nostra attenzione ridestandoci per qualche istante. Di marca cinese sconosciuta ed ovviamente elettrica, al centro della plancia ospita uno schermo touch grande come un televisore, mentre sui braccioli dei sedili sono incassati piccoli schermini touch per comandarne la posizione, l’inclinazione, l’aria condizionata, la musica… Non mi posso esprimere sulle qualità meccaniche, perché il nostro autista guida come se anche per lui si tratti di un’esperienza nuova, con brusche accelerate, frenate, cambi casuali di corsia e di marcia. A sua discolpa è pur vero che questo stile si adatta per forza al traffico delle strade cinesi, dove la velocità è limitata dalle onnipresenti telecamere e dallo scorrere imprevedibile di ogni tipo di veicolo, dal tir al baracchino su tre ruote, che sorpassano indifferentemente a destra e a sinistra, sopra e sotto.

A questo punto del viaggio peraltro io e Bruna siamo ormai in catalessi, a malapena in grado di tenere gli occhi aperti, mentre Bustina estasiata dalla tecnologia dell’auto si diverte a giocare alzando ed abbassando il poggiapiedi del proprio sedile, che più che un sedile sarebbe appropriato definire una poltrona, più grande e comoda di quella dell’aereo. Difficile dire con precisione quanto sia durato, in totale, il viaggio. Siamo partiti di mercoledì mattina e siamo arrivati a Chenjiagou, Henan, il giovedì sera, ma il fuso orario scombina un po’ i calcoli. Qualcosa più di trenta ore, trascorse quasi completamente senza dormire e nutrendoci solo dei pasti animisti / nativi americani celiaci / vegani intolleranti al lattosio della compagnia aerea. Non c’è da stupirsi se, appena sbarcati presso la nuova sede dell’accademia internazionale di Taiji, ci affrettiamo a prendere possesso della nostra camera, ceniamo con un pacchetto di cracker a testa e ce ne andiamo a dormire. La nostra vacanza in Cina è appena cominciata.