Cartolina da Luoyang – Viaggio in Cina 2023
Avevo interrotto la precedente pagina del nostro diario di viaggio in Cina mentre ci stavamo dirigendo verso Luoyang, capitale dell’impero cinese durante la gloriosa dinastia Tang e dintorni. Vi avevo anche lasciato intendere che in quel momento presagivamo qualche disguido con la prenotazione dell’hotel, ma non avevamo ancora idea di quale fosse la reale portata del problema.
Prima di partire dall’Italia, infatti, avevamo provveduto a prenotare gli alberghi per tutto l’itinerario, utilizzando le solite piattaforme online che avevamo usato anche per i precedenti viaggi in Cina, senza mai incontrare alcun problema. Dopo la disavventura di Shanghai, però, eravamo diventati diffidenti. Dato che l’albergo di Luoyang non rispondeva ai nostri messaggi e che saremmo arrivati alla sera tardi, abbiamo deciso di non rischiare e ne abbiamo prenotato un altro. Anche con questo però si sono creati dei problemi di comunicazione, perciò ne abbiamo prenotato un terzo, dal quale abbiamo finalmente ricevuto la conferma della prenotazione con tanto di prelievo dell’importo dovuto dalla carta di credito. Quindi siamo partiti da Jiuhuashan tranquilli.
E naturalmente sbagliavamo.
Una volta arrivati in hotel, dopo sei ore di treno, ancora una volta le nostre camere semplicemente non esistevano. Le due ragazze della reception, di cui una tirata giù dal letto in pigiama rosa, ridacchiavano imbarazzate e sostenevano di averci già fatto contattare dalla piattaforma per rifiutare la prenotazione ed inviare un rimborso, cosa che non era successa. Erano quasi le undici di sera ma l’aria era ancora soffocante, ci pareva di rivivere la scena di Shanghai ed abbiamo cominciato rapidamente ad innervosirci. Quelle non sapevano che pesci pigliare, erano appena sopra la soglia del lavoro minorile e sembravano capitate lì per caso, ovviamente non parlavano una parola di inglese. Noi, d’altra parte, eravamo sfiniti e non avevamo altre opzioni per le mani, in tutta la città non sembravano esserci altri alberghi disponibili. Siamo crollati sui divani della hall e con molta serenità abbiamo minacciato di chiamare la polizia se non avessero trovato una soluzione, visto che comunque l’albergo si era già preso i nostri soldi. Pochi minuti dopo è arrivato il direttore, un omino sordido in pigiama giallo, che fumava sigarette in continuazione e ci ridacchiava in faccia. Neanche lui parlava inglese, tutte le comunicazioni rimbalzavano sui traduttori automatici concentrandosi più che altro sulle loro giustificazioni. Il fatto che noi avessimo urgentemente bisogno delle camere non era evidentemente un problema loro, ma anche in questo caso non si capiva se non potessero accettare stranieri, se avessero fatto confusione con la piattaforma o cos’altro gli impedisse di onorare la prenotazione. Qualcuno ha chiesto di poter usare il bagno dell’hotel: sono tornati assicurandomi che si trattava della più fetida latrina del continente eurasiatico.

Non si intravedeva nessuna soluzione all’orizzonte ed intanto il tempo passava, era ormai notte fonda.
Bruna, allora, si è alzata in piedi ed ha mantenuto la propria minaccia: è uscita dall’hotel, ha aspettato la prima auto della polizia che passava e l’ha fermata sbracciandosi in mezzo alla strada. Il suo ingresso nella hall seguita da tre agenti è stato indubbiamente trionfale.
L’ometto in pigiama giallo ha smesso di colpo di ridacchiare, ha distribuito delle bottiglie d’acqua fresca con un sorriso servile ed ha persino cercato di ammorbidirci offrendo a tutti delle sigarette uscite dal taschino1. I poliziotti non solo non si sono fatti corrompere, ma prima di tutto gli hanno fatto un verbale, e poi hanno in qualche modo cercato di aiutarci. Dato che le camere in quel maledetto hotel evidentemente erano ormai andate, si sono messi pazientemente a cercare un altro posto dove metterci a dormire mentre noi collassavamo sempre di più sui divanetti per il sonno, il nervoso e la preoccupazione. Prima del Corona, Luoyang era una delle principali mete turistiche cinesi, ma quella sera non saltavano fuori stanze libere per noi da nessuna parte. Bruna si è ritirata in un angolo della hall ed ha iniziato a praticare Taijiquan stile Chen, sferrando silenziosi e feroci pugni e calci nell’aria per sfogare il bisogno crescente di picchiare qualcuno. Con un po’ di tensione scherzavamo tra noi, temendo che alla fine ci avrebbero fatto passare la notte in guardina.
Dopo un paio d’ore di ricerca e l’arrivo di altri due agenti di supporto, tutto ad un tratto i poliziotti cinesi ci hanno fatto imperiosamente cenno di seguirli e ci hanno caricato sulle loro auto, armi e bagagli. Bustina stava seduta a cavalcioni tra la gamba di Bruna e quella di un poliziotto. A quel punto non scherzavamo più molto, neppure tra di noi. Dopo un ridicolo tragitto di meno di duecento metri, ci hanno scaricato in un altro albergo. A prima vista sembrava una bettola di infima categoria, ma ad uno sguardo più attento bisognava riconoscere come fosse effettivamente la più infame e squallida dimora che l’uomo abbia adibito ad abitazione dopo essere uscito dalle caverne. Anzi, secondo me qualche caverna era pure più pulita.
Le camere erano una successione di cunicoli che si affacciavano su un lungo corridoio ingombro di scarpe, panni stesi, mobili scassati ed immondizia assortita. Le finestre davano su questo corridoio, non ce n’era nessuna che si aprisse sul mondo esterno. I materassi erano più duri del tavolato di legno di Huangshan e non c’era una singola mattonella del pavimento che non fosse sbeccata, un singolo mobile che non fosse crepato, un angolo di muro che non fosse unto o ammuffito. Il bagno, diviso dal resto della stanza da una parete di vetro, era l’angolo più carino: un buco in cui ci si doveva fare la doccia direttamente sul water, l’acqua calda usciva a gocce e mancava il coperchio dello sciacquone. La stanza di Emma e Maura era persino peggio: meno spaziosa, più ammuffita e con il water intasato. Non c’erano scarafaggi perché persino loro si rifiutavano di vivere in un posto così insalubre.
Il padrone dell’albergo al nostro arrivo non ha battuto ciglio, sembrava uno fin troppo avvezzo a viaggiare sul sedile posteriore di un’auto della polizia. Era ormai l’una del mattino e non avevamo alcuna scelta, quindi abbiamo ringraziato gli agenti che ci avevano accompagnato ed abbiamo preso possesso di queste stanze accoglienti per un paio di notti. Al mattino il proprietario è venuto a liberare il water intasato, a mani nude. Vi risparmio altri dettagli che magari state mangiando.

Assorbito l’ennesimo shock igienico e culturale, abbiamo lasciato la nostra reggia per visitare la principale attrattiva turistica di Luoyang: le grotte di Longmen. Centinaia, migliaia di nicchie di tutte le dimensioni scavate nella roccia lungo il fiume Yi per ospitare statue del Buddha e dei suoi amici più cari, come da volere dell’imperatore fin dalla dinastia dei Wei settentrionali.
(So che lo sapete già, ma stiamo parlando del Quinto secolo dell’era cristiana)
Purtroppo quasi tutte le statue più piccole e molte di quelle più grandi sono state rubate o vandalizzate dai trafficanti di reperti archeologici all’inizio del secolo scorso, che ne staccavano teste e mani per rivenderle ai mercanti di Pechino. In pratica, ci sono probabilmente più Buddha di Longmen nelle collezioni e nei musei occidentali di quanti ce ne siano effettivamente a Longmen. Molti di questi capolavori rupestri però sono stati restaurati e tra quelli che restano ci sono i più grandi e spettacolari, statue alte parecchi metri che si riescono ad intravedere persino oltre la selva di teste dei turisti cinesi, passeggiando per circa un chilometro lungo le sponde del fiume.

Dopo la tregua donata dal tifone e dal soggiorno in montagna, a Luoyang siamo improvvisamente precipitati in una fornace, con temperature alle soglie dei quaranta gradi. Passeggiando lungo la riva del fiume Yi per ammirare i Buddha, il calore era asfissiante ed il sudore ci faceva bruciare gli occhi ed inzuppare le magliette. Questo non impediva a numerose ragazze cinesi di girare con le maniche lunghe, maschere per coprire completamente il viso ed in alcuni casi più estremi persino il k-way. Perché? Perché non vogliono abbronzarsi, naturalmente. La pelle candida è sinonimo di bellezza nella cultura cinese, mentre al contrario un viso arrossato o abbronzato è tipico dei contadini. Come se questo non fosse sufficientemente eccentrico per i nostri gusti, in questi ultimi anni ha preso piede la moda di vestirsi in abiti tradizionali genericamente noti come Hanfu, ovvero con le vesti e le acconciature tipiche di epoche passate o di minoranze etniche (alle quali non si appartiene, chiaramente).
A Luoyang questa moda è particolarmente sentita a causa del glorioso passato della città, capitale dell’impero cinese per non so quante dinastie, ed ovunque si vedevano negozi di questi costumi e centri estetici dove per una dozzina di euro ci si poteva far truccare ed agghindare di tutto punto, magari con servizio fotografico compreso. Pertanto, presso le grotte di Longmen abbiamo incrociato decine di ragazze, signore e persino qualche giovane maschio vestiti alla guisa della dinastia Tang, o Song, o un’altra dinastia a vostra scelta perché tanto non sappiamo certo distinguerle dalla lunghezza dell’orlo della sottoveste. Sotto gli sguardi serafici dei Buddha di pietra vagavano crocchi di signorine avvolte in lunghi abiti di tessuto sintetico dalle ampie maniche e pesanti matrone con parrucche posticce, che si trascinavano dietro pargoli mascherati come principini. Nonostante il caldo impietoso avevano tutte il viso dipinto in maniera impeccabile, con gioielli di plastica dorata a decorare la fronte ed i capelli. L’unico accessorio che rompeva l’illusione di questa eleganza leziosa erano le calzature: generalmente scarpe da ginnastica, ma abbiamo incrociato anche dolci damigelle della dinastia Wei con ai piedi ciabattone di plastica a forma di squali. D’altra parte, ad un certo punto la fedeltà storica deve cedere il passo alla praticità. Nell’antica Cina, com’è ben noto, i piedi delle ragazze venivano rigidamente deformati per mantenerli minuscoli, perciò in ogni caso non credo che le scarpe d’epoca calzerebbero bene alle pischelle contemporanee.
Ora prendetevi un momento per immaginare se arrivasse anche in Italia una moda simile: persone normodate che se ne vanno a spasso vestite con calzamaglie rinascimentali, o da antichi romani. Immaginate di incrociare per le strade delle nostre città d’arte adolescenti vestite come principesse medievali, che si fanno i selfie con i monumenti sullo sfondo. Immaginate gladiatori romani con le scarpe da running fluo che salgono sul bus a Firenze, regine longobarde che guidano il motorino con le crocs in centro a Milano o fanciulle che si fermano a prendere un caffè in piazza San Marco acconciate come nel Decamerone. Chiudete gli occhi e provate ad immaginare… quanto mi sono dovuto sforzare io per non ridere in faccia a questi pazzi decine di volte al giorno!

La mattina seguente è venuta di nuovo in nostro soccorso Cindy, che abita non troppo lontano da Luoyang. Questa volta si è fatta accompagnare dai genitori ma non dal fratello, con grande delusione di Emma. Il padre, che noi abbiamo conosciuto per la prima volta in questa occasione, si è fatto prestare da un vicino un’auto molto grande, in modo da poterci caricare tutti con i nostri bagagli e scorrazzare per Luoyang. Prima siamo andati a passeggiare per una di quelle finte città antiche che ricostruiscono in Cina per attirare i turisti, poi ci hanno invitato ad un pranzo luculliano dalle mille portate succulente ed infine a visitare il tempio Baima o del Cavallo Bianco, tradizionalmente considerato il più antico tempio buddhista della Cina. Sarà che ormai di templi buddhisti ne abbiamo visti più del Dalai Lama, che Bustina ogni tre passi sbuffava e si lamentava per il caldo opprimente e che anche qui abbondavano i turisti in maschera, ma la visita non ci ha particolarmente impressionato. La parte antica del tempio era circondata da edifici più recenti in stile thailandese, birmano ed indiano dove abbondavano stucchi e dorature, uno scenario che con altre temperature sarebbe stato ideale per una passeggiata ma che davano all’insieme l’aspetto di un parco di divertimenti tipo “Il Buddhismo in miniatura”, più che di un luogo sacro.
Nel pomeriggio abbiamo abbandonato definitivamente Luoyang e siamo partiti alla volta di Chenjiagou, dove ci attendeva una settimana di allenamento nella solita scuola di Taijiquan. Con mille abbracci ci siamo a malincuore accomiatati dalla preziosa Cindy e dalla sua famiglia, che ci avevano accompagnato fino a lì e che probabilmente non rivedremo per molto tempo.
Alla sera, dopo aver lasciato le valigie nelle nostre camere ed aver consumato la solita frugale cena alla mensa del collegio, siamo usciti a bere una birretta in paese. Un nuovo acquazzone aveva trasformato le strade in piscine fangose, le botteghe erano già quasi tutte chiuse ed i pochi passanti ci osservavano con la consueta curiosità. Entro le dieci e mezza eravamo già in camera, perché di regola i cancelli della scuola chiudono presto. Una scuola di arti marziali non è un albergo, e viste le esperienze precedenti mi sento pure di poter aggiungere: “per fortuna”!
[continua…]
1 Sì, esattamente come nel famoso sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo.