Cartolina da Jiuhuashan – Viaggio in Cina 2023

Cartolina da Jiuhuashan – Viaggio in Cina 2023

Dopo esserci lasciati alle spalle Huangshan con le sue vette (per noi) inesplorate ed i suoi meravigliosi villaggi antichi, la terza tappa del nostro viaggio in Cina nel 2023 ci ha visto a Jiuhuashan, una delle quattro montagne sacre del buddismo cinese. Se questa definizione vi suona familiare, è perché qualche anno fa siamo stati a Wutaishan, un’altra delle quattro montagne sacre del buddismo cinese. Per qualche ragione al di là della mia portata, infatti, Bruna ha deciso di visitare una montagna sacra ad ogni viaggio, nonostante né io né lei ci riteniamo particolarmente religiosi, o anche solo minimante religiosi1. Sarà che ci piacciono i templi e le gigantesche statue dorate? Sarà che vogliamo mantenerci in buoni rapporti con le forze ultraterrene nel caso il tofu peloso si riveli fatale? Sia come sia, abbiamo inserito nel nostro itinerario una breve permanenza in questo importante centro spirituale, che poi come al solito significa più che altro polo di attrazione del turismo spirituale.

Sulla strada per il tempio Tiantai a Jiuhuashan, Anhui, Cina
Templi a perdita d’occhio!

Si tratta anche in questo caso di un piccolo altopiano circondato da alti picchi. Secondo il famoso poeta LI Bai dell’epoca Tang, in questo luogo “sorgono dalle colline nove picchi come fiori del loto”, espressione da cui prende il nome “Jiuhuashan” o “Nove montagne gloriose”. Non prendiamolo alla lettera: conoscendo i cinesi, dubito che qualcuno si sia mai preso la briga di contare quanti picchi gloriosi sorgano effettivamente attorno a Jiuhuashan. Probabilmente il nove era un numero considerato propizio, il numero di casa di Li Bai o la quantità di pinte di birra fresca che si era bevuto quella sera al ritorno dalla scampagnata in montagna. Ma perché limitarsi? Secondo altri i picchi gloriosi sarebbero ben 99!

Certo è che i picchi a Jiuhuashan non mancano, ognuno coronato da un tempio o da una pagoda. Dalle nostre parti in cima alle montagne si piantano le croci, in Cina si costruiscono interi templi. Peccato che poi per raggiungerli, anziché rilassanti sentieri, si debbano salire ripide scalinate: centinaia, migliaia di scalini dalla forma più o meno regolare fino alla vetta. In alternativa, si possono prendere esose funivie o cabinovie.

Una pagoda affacciata sulle cime boscose di Jiuhuashan

Jiuhuashan, in effetti, è una località tanto affascinante quanto costosa: al biglietto di ingresso all’area dei templi, infatti, bisogna aggiungere quello della funivia, il bus per raggiungere la funivia, i negozietti di souvenir, i ristoranti, per non parlare dell’ immancabile monaco che con aria sorniona batte cassa all’ingresso di ogni tempio, sollecitando un’offerta con un rapido ticchettare del dito ossuto sul tavolino. Sarà per questo che le strade del paesino sono intasate da orribili ed ingombranti automobili di lusso parcheggiate ovunque, evidentemente abbandonate da ricchi pellegrini che hanno deciso di abbracciare la spiritualità e lasciarsi alle spalle i beni materiali.

Alla fine del racconto precedente avevo anticipato che il viaggio da una montagna all’altra aveva riservato qualche emozione. Infatti, poco dopo essere partiti con la capiente auto a sette posti che era venuta a prenderci a Tunxi, ci siamo accorti che l’autista riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti. Sembrava una persona assolutamente affidabile, anche se di lui sapevamo solo che era il padre di un’amica dell’autista che ci aveva accompagnato il giorno prima a Xidi. Oppure un amico del padre dell’autista, al momento delle presentazioni abbiamo fatto confusione con le preposizioni in cinese. Alle nostre domande negava risolutamente di essere stanco, ma mentre percorrevamo le lunghe e tortuose strade cinesi continuavamo a sorprenderlo con la palpebra pesante, a volte con la palpebra completamente chiusa. Il fatto ci innervosiva non poco, di conseguenza abbiamo messo in atto una serie di strategie disperate per cercare di tenerlo sveglio.

Prima di tutto abbiamo cominciato a parlare a voce alta tra di noi, ma a quanto pare la melodiosa cadenza della lingua italiana gli conciliava ulteriormente il sonno. Allora abbiamo incaricato Emma, seduta al suo fianco, di tempestarlo di domande a caso usando il traduttore automatico del telefono: come ti chiami, quanti anni hai, sei sicuro sicuro sicuro di non essere stanco, cose così. Constatando che neppure questo funzionava, ci siamo messi a cantare in coro il meglio del repertorio musicale italiano: da Bella Ciao a Bellissima, da Samarcanda a Va Pensiero. Una forma di tortura terribile, che mai avremmo voluto infliggere ad un altro essere umano, eppure il nostro autista si lasciava appena scappare un sorriso di circostanza prima di farsi nuovamente accalappiare dalla sonnolenza. Infine, abbiamo simulato un bisogno urgente e collettivo di andare in bagno così da costringerlo a fermarsi ad un’area di sosta, sperando che in qualche modo si riprendesse. Non so se si sia sciacquato la faccia o abbia bevuto un tè energizzante , fatto sta che quest’ultimo espediente ha in qualche modo funzionato, perché dopo la sosta sembrava essere tornato vigile. Mi ha persino fatto i complimenti per come avevamo cantato, quindi forse aveva pure problemi d’udito.

Pagoda a Jiuhuashan, Anhui, Cina
A Jiuhuashan non eravamo mai a corto di templi e libellule

Arrivati finalmente a Jiuhuashan, abbiamo ritrovato un nostro vecchio amico: il tifone Doksuri, di cui ci eravamo fatti beffa a Huangshan rinunciando alla scalata della Montagna Gialla. L’acquazzone si abbatteva implacabilmente a secchiate dal cielo e le strade lastricate in pietra si erano trasformate in torrenti. L’autista ha cercato di portarci il più vicino possibile al nostro hotel ma ad un certo punto, privo di biglietto di accesso alla zona turistica, è stato costretto a fermarsi. Non abbiamo avuto altra scelta che trascinare le nostre valigie sotto la pioggia torrenziale, contro la quale neppure ombrelli e impermeabili servivano a molto. Pioveva così forte che non riuscivamo neppure a riconoscere l’albergo, perciò abbiamo infilato una scalinata a caso e ci siamo rifugiati sotto il portico di un tempio, accolti dallo sguardo solidale di un paio di monache dalla testa rasata ed avvizzita come una prugna secca.

Il nostro hotel, quando finalmente siamo riusciti ad arrivarci, aveva in serbo per noi un paio di camere spartane ma dotate di tutto il necessario per farci apprezzare la tradizionale accoglienza orientale: ciabatte, spazzolino e pettine di cortesia, materassi duri come la roccia, lenzuola bucate e rapidissime blatte che guizzavano sul pavimento. In questo frangente abbiamo scoperto che Emma non ama particolarmente gli scarafaggi, ma anche Bustina non si sentiva particolarmente a proprio agio all’idea di averli come compagni di stanza. Bruna, per farle coraggio, ha accettato di condividere il letto con lei per tutto il soggiorno. Per una volta che avevamo tre ampi letti a disposizione! Non è da escludere però che anche Bruna avesse schifo degli scarafaggi e volesse farsi coraggio, per qualche strano motivo.

Una volta strizzati i vestiti ed i bagagli, ci siamo finalmente dedicati a visitare il circondario. Per tre giorni siamo andati su e giù per le montagne, tra pini maestosi e picchi nebbiosi, rocce dalle strane forme ed edifici sacri abbarbicati in cima a ripide scalinate. Abbiamo perso il conto dei templi buddhisti che abbiamo visitato: tutti molto belli, tutti molto simili, con le loro colonne rosse e le statue dorate. Il più suggestivo probabilmente è stato il tempio Tiantai, fondato all’epoca della solita dinastia Tang su una delle vette più alte: dalla stazione della funivia, milleseicento e rotti scalini in salita ed altrettanti in discesa, un vero spasso! Notevole anche il Tempo della Longevità, sia per la presenza della mummia (finta) di un antico monaco, sia perché dalla sua terrazza si può ammirare come il profilo delle montagne disegni perfettamente il volto del Buddha. Con un po’ di immaginazione, almeno.

Riuscite a vedere il volto del Buddha?
Ruotando l’immagine è più facile!

Nonostante la profusione di incenso e le ipnotiche melodie delle preghiere, i fedeli in pantaloni corti con la bibita in mano ed i monaci con le mazzette di banconote che sparivano tra le pieghe delle vesti color zafferano rendevano a volte un po’ ostico apprezzare la spiritualità del posto. Il paesaggio, d’altra parte, era veramente spettacolare. Una mattina, mentre scendevamo dal Tempio della Longevità alla Pagoda dei Diecimila Buddha, una famiglia di macachi dal muso rosso è uscita dalla foresta di bambù a pochi metri da noi, per mangiare la frutta ed i biscotti lanciati dai turisti. Libellule e cicale ci assordavano con il loro frinire estivo ed ogni tanto, in un laghetto di montagna, oltre alle solite carpe rosse scorgevamo nuotare delle tartarughe d’acqua dolce.

Al ritorno dalle nostre escursioni quotidiane sui picchi del circondario, Emma e Maura proseguivano imperterrite ed instancabili a bazzicare templi nel paesino di Jiuhua, mentre noi ci rifugiavamo in camera a riposare un po’ e a lavarci i panni sudati nel lavandino. Come nei precedenti viaggi in Cina, avevamo con noi tutto il necessario: sapone di Marsiglia, filo per stendere e molto altro. Per risparmiare spazio in valigia e rispettare le disposizioni aeroportuali, come da tradizione di famiglia Bruna aveva riciclato alcuni barattolini che avevamo a casa, riempiendoli di sostanze varie come la crema solare o il detergente multiuso per la casa. Non che sia una maniaca delle pulizie, semplicemente alcuni accorgimenti sono indispensabili per riportare a condizioni igienicamente accettabili le superfici delle camere d’albergo più estreme. Peccato che il suddetto detergente multiuso, pur adeguatamente etichettato, fosse stato messo per combinazione in un vecchio barattolino di deodorante… Nonostante in montagna le temperature fossero tutto sommato abbastanza gradevoli, a furia di salire e scendere vette spirituali stavamo sempre grondando sudore ed è inutile dire che Bruna ha finito per spruzzarsi il detergente multiuso sotto le ascelle per ben due volte. Per fortuna era un detergente biologico ed aveva almeno un ottimo profumo!

Molti Buddha o maestri nel tempio della Longevità a Jiuhuashan, Anhui, Cina
Questi sono solo alcuni dei Buddha che abbiamo incontrato

La sera passeggiavamo tutti insieme per il paese, bazzicando i negozi di cianfrusaglie e souvenir religiosi sotto la luce delle lanterne rosse appese lungo la strada. Gli artigiani di Jiuhua si sono specializzati nel ricavare incredibili pendagli colorati dai semi di certe piante misteriose, dopo averli estratti dal frutto ed averli accuratamente levigati. Anche da queste parti eravamo gli unici occidentali in giro, di conseguenza finivamo non certo per caso sullo sfondo delle foto e dei video di tutti i turisti cinesi che incrociavamo. Abbiamo scoperto di essere diventati persino dei piccoli influencer locali, dopo che il nostro albergatore ha ben pensato di pubblicare sul tiktok cinese il video del nostro arrivo, bagnati fradici sotto il nubifragio.

Lanterne rosse al villaggio di Jiuhuashan, Anhui, Cina
Sì, era molto scenografico.

Quando eravamo finalmente stanchi di camminare, ci sedevamo ai tavoli di uno dei ristorantini che si affacciavano sul laghetto al centro del villaggio. Emma e Maura sono vegetariane, perciò per buona parte del viaggio abbiamo mangiato un sacco di verdure cercando di evitare le cosette strane, perché rischiavano di contenere carne. Niente tofu peloso, quindi, ma a Jiuhuashan abbiamo assaggiato una buonissima frittata con una verdura misteriosa che ci è costata un prezzo esorbitante. Da una verifica successiva ho scoperto che si trattava in realtà di un fungo, l’orecchio di pietra, ritenuto molto pregiato e salutare secondo la medicina tradizionale cinese.

Dopo qualche giorno di permanenza in montagna e rigenerazione spirituale siamo infine partiti per la tappa successiva del nostro viaggio: Luoyang, la capitale dello Henan. Mentre attraversavamo lo Yangtze e ci dirigevamo finalmente verso la piana del Fiume Giallo ci chiedevamo cosa avremmo dovuto aspettarci, oltre all’impatto con un’ondata di calore che fino a quel momento avevamo evitato. Ancora una volta la prenotazione dell’albergo si era rivelata complessa: né il primo né il secondo hotel che avevamo contattato aveva risposto in alcun modo ai nostri messaggi, ma il terzo sembrava essere finalmente in grado di accoglierci. Sfilavamo ai 300 km orari su un treno veloce, tra vaste campagne interrotte da improvvise raffiche di grattacieli e basse file di baracche di cemento deprimenti, tenendo le dita incrociate. Con il senno di poi, avremmo dovuto incrociarle più forte.

[continua…]

1 La visione ripetuta e maniacale de “La tigre ed il dragone” non è ufficialmente riconosciuta come religione.

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